Il seno, quel protagonista superbo

Tutta colpa delle sue forme: generose, morbide, occhieggianti. La camicia di tela candida a stento riusciva a nasconderle. E poi c'era quel particolare modo di procedere, testa alta e schiena dritta, che sembrava assunto ad arte per evidenziarlo ancora di più. Cosi al suo indirizzo, nell'Ottocento, arrivarono gli strali dei missionari gesuiti, una nota della commissione parlamentare d'inchiesta inviata in Sardegna, il commento di un noto letterato francese, e persino, ben più indietro nel tempo, alcuni versi del sommo poeta, Dante Alighieri.
Tutti a condannarne l'opulenza, a esaltarne la bellezza sfrontata, a consigliare delle soluzioni che lo celassero agli occhi maschili. E invece no, a dispetto di tutto e di tutti, di puritani, bacchettoni, di maligni e invidiosi, lui è rimasto sempre li, al centro del costume sardo, a fare bella mostra di sé, tra un orlo e una crinolina. Alto, imponente, superbo. Il seno delle donne sarde in costume. Protagonista, più che comprimario, del vestiario tradizionale muliebre.
Cosa sarebbero sa brusa (la camicia) o su corittu (il corpetto) privi delle sue rotondità sottostanti? Nulla, eppure, soprattutto in passato, c'è stato chi ha fatto di tutto per nasconderlo con il risultato, semmai, di evidenziarlo ancora di più. I gesuiti per primi, che nell'Ottocento, attraverso lo scrupoloso padre Bresciani, annotavano: «Le donne dell'isola, nell'incredibile varietà delle foggie dei loro vestimenti, in questo solo convengono: di aver tutto il seno aperto. E chiudan esse la vita in imbusti, o in fascetta, o in serrine di qualunque foggia esse siano, tutte hanno lo sparato larghissimo, onde le forme del petto appaiono sotto le fine e candide camicie».
Enrico Costa nel suo 'Costumi sardi" scrive che si deve proprio a loro, ai missionari gesuiti, l'introduzione del parapetto: lo consigliarono alle donne del Campidano, sanluresi in testa, per coprire quelle forme da loro viste come occasione al peccato. E le fanciulle obbedirono all'invito giunto dal clero, cosi nelle vesti tradizionali fecero la loro comparsa fazzoletti, pettorreddas, parapetti, e quant'altro riusciva a occultare l'opulenza del seno. «Ma in nessun tempo - scrive ancora Enrico Costa - traspari nudità alcuna sul petto delle donne sarde. Non è questione di nudità ma di evidenza: di una profusione di grazie impossibile a celarsi, di cui non si potrebbe chieder conto che alla Provvidenza e a madre natura, non certo alle villanelle di Sardegna. Dove volete che caccino tutta quella roba, le poverette? In tasca non certo!». Più o meno nello stesso periodo, il letterato francese Gastone Vuillier nel suo 'Le isole dimenticate", riportava un commento lusinghiero nei confronti dell'imputato-seno: «E' grazie al corsetto, fatto come dovrebbe essere, che il seno delle donne sarde (già cosi celebre nell'antichità) deve lo sviluppo e le linee armoniche; e, grazie ad esso, non vi sono in Sardegna cattive nutrici».
Ben prima di loro, comunque, fu Dante, in un passo dell'Inferno, a fare un breve accenno alle donne barbaricine che ancora nel Medioevo portavano vesti scollate. Lo scrive Dolores Turchi, nel suo 'Oliena, Barbagia, Sardegna". «Dante voleva comunque dire che le donne barbaricine erano più pudiche delle fiorentine - dice la studiosa - molto probabilmente, però, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, in tempi remoti in Barbagia non si era adottato l'uso della camicia, oppure se c'era era molto più aperta di quanto non lo sia oggi. L'introduzione della camicia, avvenuta in un secondo tempo, ha comportato l'apertura della manica dello strettissimo giubbetto che si apre per lasciar passare lo sbuffo».
«Se - continua la Turchi - al costume barbaricino si togliesse la camicia sarebbe molto simile alla veste che indossavano le donne di Crosso, secondo le pitture parietali riportate alla luce, in quell'isola, a inizio Novecento, dall'archeologo Evans. Ci sono molti elementi in comune tra i due indumenti. Un'altra somiglianza poi si coglie tra il costume della Barbagia e la veste che indossava la Dea dei serpenti, una statuina trovata a Cnosso, agghindata con una ricca gonna lunga a pieghe e uno strettissimo giubbetto che metteva in evidenza il seno nudo».
Valeria Gianoglio