La Spagnola e l'abbaglio di Pfeiffer

Una malattia 'nuova". La caccia ad un misterioso e sfuggente microrganismo nei laboratori sparsi per il mondo. I dubbi dei medici e delle autorità sanitarie, i contrasti tra ricercatori. Un duro colpo al trionfalismo scientifico. Non si parla della Sars, ma della 'Spagnola" del 1918-19. L'ultimo numero di una delle più prestigiose riviste al mondo di storia della medicina, 'Social History of Medicin" (Oxford Press), esce in questi giorni con un lungo saggio di Eugenia Tognotti, professore all'Università di Sassari. Lo studio, «Scientific triumphalism and learning from Facts: bacteriology and the 'Spanish flu" Challenge of 1918», ricostruisce la drammatica caccia all'agente responsabile della terrificante influenza nell'ottobre del 1918 e le prime intuizioni circa il colpevole, un virus, non un batterio come si pensava. Ne pubblichiamo una parte.

di Eugenia Tognotti
Nell'autunno del 1918, mentre si puliva e si disinfettava, il mondo combatteva una guerra contro un nemico ignoto: nessuno nell'intero pianeta sapeva precisamente quale fosse l'agente patogeno della malattia. Nessuna luce infatti arrivava dai laboratori dove i batteriologi ricercavano affannosamente il microrganismo - l'Haemophilus influenzae - ritenuto da ventisei anni responsabile dell'influenza. Celato all'opinione pubblica, anzi, un vero e proprio dramma si stava consumando nella comunità scientifica internazionale e negli ambienti della sanità pubblica dei diversi paesi. Mentre imperversava la più terrificante epidemia d'influenza di tutti i tempi, non c'era nessun punto fermo sulla natura della malattia e quindi su possibili trattamenti.. Ma che cosa stava avvenendo?
Alle prime avvisaglie della 'spagnola", i ricercatori erano ansiosi di verificare la dottrina eziologica sull'influenza, dominante dopo l'ultima pandemia, quella del 1889-90. Con una disponibilità di materiale di studio praticamente illimitato, si erano subito messi alla ricerca di quello che ritenevano l'agente patogeno della malattia, conosciuto nel mondo scientifico come bacillo di Pfeiffer dal nome del suo scopritore, uno dei protagonisti della 'rivoluzione batteriologica", Richard Pfeiffer. Allievo di Robert Koch e direttore del Dipartimento ricerche dell'Istituto per le malattie infettive di Berlino, aveva annunciato nel 1892, all'indomani, appunto, dell'ultima grande ondata pandemica, di aver isolato nel muco nasale di un malato l'agente causale dell'influenza. Nel clima scientifico della batteriologia trionfante e nella generale adesione al modello della causalità batterica delle malattie, pochi avevano messo in dubbio la scoperta dello scienziato tedesco, anche se egli aveva ammesso di non essere riuscito a infettare gli animali inoculando loro quello che riteneva fosse il microrganismo responsabile dell'influenza. Ma, ora, in piena vampata epidemica, un vero e proprio esercito di batteriologi e patologi, in ogni parte del mondo, si scontrava con una angosciosa verità: il bacillo di Pfeiffer si trovava di rado. A Londra, ad esempio, un insigne patologo, il dottor Bernard Spilsbury, aveva effettuato una quantità di autopsie senza riuscire a trovarlo quasi mai. Analoghi risultati venivano dai contributi di ricercatori di tutte le nazionalità:il bacillo di Pfeiffer si trovava molto di rado nell'espettorato, negli essudati pleurici e meningei, nel cavo naso-faringeo e mai nel sangue, sia che si trattasse di casi semplici che di casi complicati e mortali. Ma questo era in contraddizione con i corollari scientifici dei famosi postulati di Koch: il microrganismo individuato come la causa necessaria di una malattia infettiva doveva, in ogni caso clinico, poter essere isolato a partire dal tessuto malato, essere coltivato puro e in condizioni controllate cosi da poterne stabilire la specificità e determinare la stessa, identica malattia se inoculato in un animale sano da laboratorio. Il bacillo di Pfeiffer invece sfuggiva alla regola. Peraltro la percentuale di successi degli isolamenti si abbassava drasticamente col progredire della malattia. Peraltro i dati erano controversi e variavano da ricercatore a ricercatore a causa, anche, delle tecniche e dei terreni di coltura adottati, della non facile coltivabilità del bacillo e dell'abilità richiesta per isolarlo dalle numerose colonie di altri germi.
Inoltre era associato con tale regolarità a streptococchi, pneumococchi, stafilococchi da indurre alcuni ricercatori a pensare che solo la loro 'alleanza" portasse all'esaltazione dell'azione aggressiva e patogena nelle complicazioni più gravi e mortali. Dopo un numero infinito di prove e riscontri incrociati in tutto il mondo, numerosi scienziati cominciarono a dubitare che il bacillo di Pfeiffer fosse davvero responsabile della devastante epidemia influenzale. Non mancavano, del resto, le prove del fatto che lo si ritrovava anche al di fuori delle epidemie di influenza nella flora faringea, nasale o bronchiale e in un certo numero di malati affetti da malattie polmonari al di fuori di piccoli o grandi focolai d'influenza (...). Un fatto che in Francia e in Germania indusse una parte grande del mondo scientifico a sostenere che il microrganismo, associato ad altri germi, rappresentava la causa di comuni affezioni polmonari e bronchiali, ma non era affatto specifico strettamente per l'influenza. Cominciò allora ad avanzare il sospetto che il bacillo di Pfeiffer, gli streptococchi e i pneumococchi che si annidavano senza danno nella gola, intervenissero negli organismi debilitati dall'influenza attaccando vari organi e in particolare i polmoni, come si poteva constatare dalle alterazioni istopatologiche all'autopsia. Di parere opposto era naturalmente lo scopritore, Richard Pfeiffer, e un gruppo di batteriologi tedeschi suoi allievi, collegati a gruppi di ricercatori di centri e Università in diversi paesi europei, tra cui l'Italia.
La discussione scientifica tra i due 'partiti", peraltro, era complicata dal fatto che i risultati delle ricerche dello sfuggente bacillo erano controversi, non solo per la variabilità delle condizioni locali, ma anche in conseguenza dei contrasti sulla validità dei risultati reciproci: i seguaci di Pfeiffer portavano a sostegno delle loro tesi percentuali di successi abbastanza elevate, mentre coloro che non erano d'accordo sostenevano l'alto numero di fallimenti nella ricerca del bacillo. (..) Il dubbio che aveva cominciato a serpeggiare già all'esordio dell' epidemia andò rafforzandosi in una parte consistente del mondo scientifico internazionale, impegnato in un acceso dibattito, non privo di asprezze e nel quale entravano anche contrasti accademici e divisioni tra 'Scuole" nei diversi Paesi.
Guardando indietro, al momento della sua scoperta, agli anni della grande pandemia del 1899-90, ci si chiedeva ora se le metodologie adottate negli esperimenti fossero stati corretti e se anche allora fosse stato il bacillo di Pfeiffer l'agente morboso specifico. (..) Dopo anni di folgoranti successi, insomma, e i batteriologi erano ora costretti ad ammettere la loro impotenza a chiarire il dubbio tormentoso che assillava il mondo intero sul mistero dell'agente patogeno della tremenda influenza...