PUNTA TRAMONTANA Un superstite della Gazzella: «Quella nave portò Mussolini a Ponza»


VIGNOLA. Se potesse indosserebbe lo scafandro e scenderebbe a vederla la «sua» nave, adagiata sul fondale di 50 metri, al largo di Punta Tramontana. Clementino Lutzu, 78 anni di Nuchis, è uno dei pochi superstiti dell'equipaggio della nave antisommergibile Gazzella, affondata il 5 agosto del 1943. Era sbarcato da poche ore per una licenza di due giorni che aveva strappato all'ultimo momento. La mattina gli comunicarono la tragedia con un biglietto. Morirono 101 suoi compagni, solo 29 si salvarono. Camicia giallina, pantaloni bianchi, passeggia con il suo cagnolino, Clementino Lutzu. L'appuntamento è qui a Vignola, davanti al mare, dove la sua famiglia è proprietaria di un locale «Il Ragno d'Oro». Ha voglia di raccontare una storia che si è portato dentro per quasi sessanta anni, e che il 5 agosto di ogni anno ha fatto rivivere ai quattro figli e alla moglie, riuniti attorno a lui per ascoltarlo come si fa con gli anziani che leggono le fiabe. Allora cominciamo? «Le dico una cosa che probabilmente non conosce nessuno: sa che la Gazzella è la nave che trasportò Benito Mussolini da Gaeta a Ponza quando venne arrestato? Nessuno ha visto niente, io che ero sulla plancia, capo segnalatore, ho assistito a tutta la scena. Oggi che tutto è passato si può anche ricordare». La Gazzella era la nave capo-squadriglia quando si verificò la tragedia davanti a Castelsardo? «Noi venivamo subito dopo il Driade (altro antisommergibile serie Gabbiano). Venne colpito nella zona di La Maddalena e subentrammo noi. Io mancavo da casa da 18 mesi, i miei genitori non sapevano più se ero vivo o morto. Sa, non c'erano i sistemi di adesso per comunicare. E visto che eravamo a La Maddalena chiesi un permesso». Non fu cosa facile? «Il comandante in prima, Arrigo Montini (fratello del cardinale Montini, poi nominato Papa), mi aveva preso in simpatia. Mi guardò e disse: sei sicuro di farcela? Certo, risposi. Dovevo prendere un trenino che da Palau arrivava a Tempio. Mi portarono con la pirobarca in spiaggia tra Palau e Santa Teresa. A mezzanotte e 10, camminando a piedi con due valigie (la terza l'avevo nascosta e non l'ho più trovata) ho percorso i viottoli al buio, fino a Palau dove sono arrivato alle 5. E ho preso il trenino». E poi cosa accadde? «Mi trovavo nella vigna con mio padre e mia madre, quando un mio zio, Francesco Rais, che comandava il dragamine RD41 mi fece recapitare un biglietto con due righe: "Tanti auguri per lo scampato pericolo. Stamane alle 4,30 la Gazzella è andata a fondo. Molti dell'equipaggio sono morti, gli altri sono in ospedale"». Vivo per una licenza? «Mi disse così il comandante Montini quando lo raggiunsi all'ospedale di Arzachena, allestito dentro la scuola davanti alla piazza. Era completamente colorato di nero dalla nafta: "Lutzu, mi devi la vita". Seppi che erano finiti su una mina piazzata pochi giorni prima mentre andavano a cercare un sommergibile inglese. Si salvò solo chi non dormiva e si trovava in plancia». Degli altri suoi compagni cosa ha saputo? «Quasi niente. Solo l'anno scorso ho ricevuto a casa una lettera. Sulla busta c'era scritto per Lutzu - Nuchis. Eppure mi è arrivata. Era di Angelo Scuncio di Piedimonte Matese (Le), uno imbarcato con me. Si ricordava tutto. Ci siamo anche incontrati, è stato commovente. Di sardi ce n'era solo un altro, credo fosse di Alghero. Ho incontrato anche Giuseppe Bradina, faceva il furiere, ma era sbarcato mesi prima. Chissà se di quei 29 superstiti qualcun altro è ancora vivo...» La Gazzella è stata avvistata da Romano Ieran e Antonello Sabino, due esperti sub del Diving Batrakos di Castelsardo. E' spezzata in due tronconi, ha la prua distante 15-20 metri dal resto della nave. Spera in un recupero? «Magari fosse possibile».

Gianni Bazzoni