Quirra, escalation di linfomi e leucemie Tracce di Cesio 134 e 137 all'interno del poligono di Perdasdefogu?


VILLAPUTZU. Prima di tutto i fatti. Dati crudi, cioé. E' la premessa necessaria per sviluppare un'analisi che deve essere sterilizzata da tentazioni ideologiche e da possibili riserve mentali. Nessuna pretesa, quindi, di essere interpreti di realtà scomode e nessuna presunzione di offrire verità, inseguendo facili suggestioni. E i fatti sono semplicemente e drammaticamente questi: negli ultimi dieci anni, dieci persone si sono ammalate di tumori del sistema emolinfatico in un'area molto limitata della Sardegna. Alcuni sono morti, altri sono guariti e altri ancora combattono una difficile battaglia per la vita. Stiamo parlando di Quirra, una manciata di case sparse nelle dolci campagne del Sarrabus. Neppure 150 anime. Si tratta di numeri che fanno oggettivamente sballare ogni statistica. In parole povere: a Quirra c'è un'anomalia nell'insorgenza e nella diffusione di malattie come la leucemia, i mielomi e i linfomi. Ma c'è di più: il dato è infatti purtroppo parziale. Perché in questa triste contabilità devono essere computati altri tre casi che, pur essendosi verificati tra persone che hanno vissuto in questa area ristretta, sono stati denunciati altrove. Per essere più precisi, quindi, si deve parlare addirittura di tredici casi di tumore al sistema emolinfatico. Troppi, decisamente troppi per codificare il fenomeno in una semplice anomalia statistica, dettata dal caso. E' perciò necessario cercare di capire, tentare di verificare se esiste un rapporto di causa-effetto che possa spiegare l'alta concentrazione di queste patologie nella frazione di Quirra. Paolo Pili è uno di quei medici che sembrano appartenere a un altro tempo: sempre con la borsa in mano, sempre pronto a correre in casa dei suoi assistiti, con i quali ha un solido rapporto umano oltre che professionale. E' lui che, per primo, ha denunciato il "caso Quirra". E' lui che ha parlato pubblicamente della sua inquietudine di medico e di uomo davanti al proliferare di leucemie e linfomi tra i suoi pazienti. Ma le sue parole, incredibilmente, sembrano essersi perdute in una silenziosa indifferenza. Le autorità sanitarie non hanno infatti disposto accertamenti, non hanno fatto verifiche. Insomma, non hanno fatto proprio nulla per cercare di capire che cosa stia accadendo nella piccola frazione di Villaputzu. «Non sono uno specialista di igiene pubblica e di ricerca epidemiologica _ dice Paolo Pili _, ma questo non significa che non posso rilevare e denunciare un elemento che, da medico, non può che allarmarmi. Sia ben chiaro: io non voglio avanzare alcuna ipotesi, non voglio avventurarmi nella ricerca di eventuali rapporti di causa-effetto legati all'insorgenza di questo tipo di patologie. Mi limito soltanto a dire che, in dieci anni, dieci miei pazienti si sono ammalati di tumori del sistema emolinfatico nella sola frazione di Quirra. E per essere più precisi, i casi sono stati riscontrati quasi tutti negli ultimi cinque anni». «L'elemento che mi ha molto colpito _ continua _, è che tutti questi casi sono stati riscontrati in un'area molto circoscritta: si tratta di persone che vivevano e lavoravano nel raggio di quattro chilometri intorno alla base militare di Capo San Lorenzo. Per far capire meglio le dimensioni dell'incidenza di questo tipo di tumori, mi sembra importante dire che, nei dieci anni precedenti, a Quirra non sono stati diagnosticati linfomi e leucemie. Ciò che dico, ovviamente, non ha una rilevanza statistica, ma è del tutto evidente che ci troviamo davanti a un'anomalia che deve necessariamente far pensare». Per far capire ancora meglio le dimensioni del fenomeno, Pili offre un altro elemento di riflessione: «In tutta Villaputzu, oltre cinquemila abitanti, in casi di tumore del sistema emolinfatico nello stesso arco di tempo, sono stati solo due. Un'incidenza, insomma, che mi sembra in linea con la media statistica generale». E infatti c'è un dato che, anche se indirettamente, sembra confermare quanto dice Paolo Pili. Nei primi anni Novanta, l'Istituto di Igiene dell'Università di Sassari pubblicò infatti una mappatura sulla diffusione dei diversi tipi di tumore in Sardegna nel periodo compreso tra il 1984 e il 1987. Per essere più precisi, la base di quel lavoro era il rilevamento del tasso di mortalità e non l'incidenza delle patologie neoplastiche. Facendo una comparazione con le altre aree dell'Isola, e adottando l'indicatore omogeneo della mortalità da leucemie, la zona di Villaputzu, Muravera e San Vito non presentava anomalie statistiche. Insomma, la situazione non era diversa da quella del resto della Sardegna. Ecco perché la denuncia di Paolo Pili appare ancora più dirompente: molti elementi fanno infatti pensare che, negli ultimi dieci anni, in quella zona sia accaduto qualcosa che ha favorito l'insorgenza di alcuni tumori. Come non può sfuggire un'altra osservazione del medico: i casi sono concentrati in un'area molto, molto ristretta. Cioé intorno alla base di Capo San Lorenzo e alla Vitrociset, una fabbrica che produce componenti per sistemi d'armamento molto sofisticati. Impossibile, a questo punto, non porsi la domanda: ma c'è qualcosa, nella base o nel poligono, che può avere concorso a questa drammatica escalation di casi di tumore? Come è impossibile non riconsiderare le denunce fatte lo scorso anno dall'ammiraglio Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera e attualmente presidente dell'Anavafaf. Cioé l'associazione dei familiari delle vittime arruolate nelle forze armate. «Nei poligoni sardi _ aveva detto Accame _ è stato fatto uso di armi all'uranio impoverito». I militari hanno sempre smentito, ma Accame non ha ceduto di un millimetro: «Quello del Salto di Quirra è un poligono sperimentale e pertanto è del tutto logico che venga verificata l'efficacia offensiva delle nostre armi e quelle dei nostri potenziali nemici. Proprio per questo motivo, sono convinto che nelle esercitazioni svoltesi nel poligono siano state utilizzate armi all'uranio impoverito». «Se le autorità militari dicono la verità _ continua Falco Accame _, allora non dovrebbero avere difficoltà ad acconsentire che, nella base e nel poligono, venga effettuato un monitoraggio ambientale, per accertare se esiste un inquinamento radioattivo». Sarà un caso, ma, negli ultimi anni, anche all'interno della base di Capo San Lorenzo sono stati registrati alcuni casi di tumori del sistema emolinfatico. «Due impiegati civili della base _ dice il dottor Paolo Pili _ sono miei pazienti, per cui sono purtroppo sicuro della diagnosi. Poi ci sono i militari...». E qui il problema si complica, perché poco o nulla filtra dall'«universo delle stellette». Ma due casi sono comunque esplosi drammaticamente. Il primo è quello di un giovane militare di leva napoletano, Roberto Buonincontro, morto nel 1996 a soli 23 anni. Diagnosi che non lasciava molte speranze: linfoma di Hodgkin. Prima di spirare, Roberto raccontò alla madre e al fratello «che lavorava in una caserma piena di armi di tutti i tipi e che, spesso, per pulirle, doveva indossare tute e maschere speciali». Di più: il povero Buonincontro raccontò anche di «essere stato portato per tre giorni in una vallata dell'entroterra, dove c'erano tante armi, alcune delle quali mai viste prima». Poi, è di questi giorni il caso di Fabio Cappellano, un giovane militare di Lamezia che, nel 1999, ha partecipato ad esercitazioni militari nel Salto di Quirra. Anche per lui, diagnosi terribile: cancro. 1. continua

dal nostro inviato Piero Mannironi