«Nessun segreto sull'uranio» La Nato: gli italiani sapevano


MILANO. «L'utilizzo di armi a uranio impoverito nelle operazioni in Bosnia non è un segreto da anni e non c'è stato in sede Nato un tentativo di nasconderlo». Con queste parole un portavoce della Nato ha risposto, ieri a Bruxelles, alle affermazioni del ministro della difesa, Mattarella, sul fatto che l'Italia sia stata informata solo pochi giorni fa sull'utilizzo di tale armi in Bosnia. E allora come è possibile che i nostri governanti non sapessero? La stessa fonte Nato lancia un'ipotesi: le informazioni possono non aver compiuto l'intero percorso, dai livelli militari ai responsabili politici. Immediata, a questo punto, la presa di posizione del verde Mauro Paissan: «E' gravissima l'ipotesi formulata dalle fonti Nato. Vuol dire che i militari italiani hanno tradito». Per tornare alla Nato va aggiunto che il comando in Europa, nel diffondere un breve comunicato, entra anche nel merito delle questioni sanitarie. «Sulla base della ricerca in questo campo - dice - è virtualmente impossibile inalare una quantità di particelle di uranio impoverito tali da rappresentare un rischio per la salute». In Italia, a parte le accuse di Paissan, ecco altri deputati verdi puntare il dito contro l'allora ministro della difesa, Carlo Scognamiglio. Avrebbe «gravemente sottovalutato» la questione. Ora questi deputati parlano di «comportamento irresponsabile della Nato» e chiedono un'indagine epidemiologica sulle forze armate. E Scognamiglio risponde di non aver saputo nulla sull'uso dell'uranio impoverito in Bosnia. «La Nato doveva informarci subito e non lo ha fatto - spiega l'ex ministro - e invece per quanto riguarda il Kosovo, fra i nostri soldati erano state diffuse norme di precauzione». Dalle polemiche politiche all'inchiesta della procura militare. Per ora non ci sono persone iscritte nel registro degli indagati, nè é stata formalizzata alcuna ipotesi di reato, ma l'inchiesta va avanti. Lo dice il procuratore militare Antonino Intelisano. «Procediamo a 360 gradi - dice - e siamo partiti un anno fa, dopo un esposto presentato dai familiari di Salvatore Vacca, militare della brigata Sassari, morto di leucemia al ritorno dalla missione in Bosnia». E altri casi sospetti di leucemia tra i soldati della Kfor si sono verificati in Spagna e in Portogallo. Ieri i genitori del soldato Antonio Gonzalez Lopez hanno detto a un canale televisivo spagnolo che il figlio era rimasto nella ex Jugoslavia dal marzo al luglio scorso. Nel mese di ottobre gli è stata diagnosticta la leucemia e pochi giorni dopo è morto. Immediata la replica del ministero della difesa spagnolo che ha escluso «nel modo più assoluto e categorico» che vi sia un nesso fra la morte del soldato e l'uso delle bombe a uranio impoverito. Più rigoroso il Portogallo che, alla notizia della morte di un soldato che era stato inviato in Kosovo, ha deciso di mandare nella ex Jugoslavia «una missione di esperti». Questi allarmi però non sembrano impensierire gli albanesi del Kosovo. Le autorità sanitarie locali rilasciano dichiarazioni rassicuranti, ma per loro il caso uranio impoverito ufficialmente non esiste neppure: «Abbiamo letto sulla stampa internazionale quel che si dice dei militari contaminati - sostiene Sejdiu - ma la Kfor (la forza di pace a guida Nato - ndr) non ci ha mai informati di nulla, neppure del pericolo potenziale». Come dire insomma che se almeno per i contingenti militari qualche precauzione è stata adottata, per la popolazione civile non si è fatto nulla.di Gigi Furini