Insabato, 41 anni, ha un lungo passato da fascista «doc»: era in piazza anche con i fans di Haider
ROMA. Avrebbe dovuto provocare una strage la bomba esplosa ieri mattina, pochi minuti dopo mezzogiorno, davanti alla sede del quotidiano «Il Manifesto». L'ordigno ha invece ridotto in fin di vita il terrorista che lo stava piazzando. Si tratta di Andrea Insabato, 41 anni, romano, noto ex militante della formazione di estrema destra dei Nuclei armati rivoluzionari e oggi _ secondo gli investigatori che una settimana fa lo hanno fotografato a Piazza Adriana, manganello in mano, a manifestare a favore di Haider _ simpatizzante di «Forza Nuova». La violenta esplosione gli ha dilaniato le gambe, ma non è in pericolo di vita: a salvarlo dalla morte per emorragia sono stati proprio i giornalisti che voleva colpire. Nella capitale, come in tutto il Paese, torna la paura. L'ultimo attentato non era dimostrativo, come è stato per la bomba notturna al Duomo di Milano. Il bòtto avviene in pieno giorno, nel cuore del centro, a un passo dai palazzi del potere. Attorno alle 12, dietro la sede del «Manifesto» parcheggia un motorino: ne scende un uomo che, un pacco sottobraccio e il casco in testa, si mescola alla folla a caccia di regali di Natale. Nessuno lo nota come nessuno, forse, nota un suo complice che la polizia ancora cerca. Si avvicina all'ingresso dello stabile, evita la portineria e sale fino al terzo piano. Ma giunto davanti alla porta della redazione qualcosa va storto. L'attentatore ha fretta, è agitato, forse in precedenza ha sbagliato piano e ha perso tempo. Il pacco forse gli scivola di mano, o viene appoggiato con troppa violenza. L'ordigno, rudimentale e di media potenza, gli esplode addosso. La detonazione fa saltare la luce nel palazzo, scardina due portoncini della redazione, frantuma i vetri, rovescia gli armadi, e viene avvertita fino in strada dove intanto, fra la gente nel panico, comincia a spargersi fumo nero e denso. Pochi secondi e i redattori del «Manifesto» si precipitano sul pianerottolo; arrivano anche i colleghi di «Kataweb» che hanno la redazione al piano inferiore. Al buio, tra macerie e calcinacci c'è un uomo accasciato a ridosso dell'ascensore che grida di dolore e si fa il segno della croce. Maurizio Ferrini, responsabile per la pubblicità, e il capo-cultura del quotidiano, Benedetto Vecchio, cercano di farsi largo tra il fumo, la polvere e i pezzi di intonaco che continuano a cadere. Arrivano al ferito senza ancora sapere che si tratta dell'attentatore. L'uomo è in un lago di sangue: ha le gambe maciullate, ustioni su tutto il corpo. Ma i soccorritori dimostrano nervi saldi. Gli legano una cintura attorno alla coscia destra, quella ridotta peggio, e gli bloccano l'emorragia strappandolo a una morte sicura. Ancora qualche minuto e arrivano le ambulanze, la Digos, i vigili del fuoco, l'antiterrorismo, i magistrati. Il ferito viene portato all'ospedale San Giacomo e operato d'urgenza. I medici gli salvano l'arto, ma sono costretti a trasferirlo al San Camillo per altri interventi di chirurgia vascolare e per la gravità delle ustioni riportate al corpo e agli occhi. Intanto dai testimoni giungono i primi drammatici racconti. «Crollava tutto. Mi sono salvata per miracolo», dice Giuseppina Giuffrida, redattrice del Manifesto. «Se fossi stata in piedi e non alla scrivania sarei morta». Con il ricovero, nel frattempo, viene a galla l'identità della vittima che gli inquirenti conoscono bene già dalla fine degli anni Settanta. Andrea Insabato, un passato nei Nar e in Terza posizione e sulle spalle tre anni di condanna per associazione sovversiva. Il suo nome riappare di recente sul sito Internet di Forza Nuova _ che nega di averlo fra i militanti e annuncia querele _ come promotore di una campagna per la pace nei Balcani. Predica l'integralismo cristiano, ma la sua ultima foto racconta altro: l'ha scattata la Digos una settimana fa, nel giorno degli scontri per Haider. Insabato, fermato con un manganello in mano e i volantini di «Forza Nuova» in tasca, era stato identificato e poi rilasciato.