Una vita di ordinaria violenza Maria Antonietta Roggio non merita le attenuanti generiche


Le motivazioni della sentenza SASSARI. Una vendetta fortemente desiderata e tenacemente perseguita, da una donna che aveva fatto della violenza e della sopraffazione uno stile di vita. Il proprio, ma anche dei ragazzini che le giravano intorno. I giudici della corte d'assise d'appello non hanno dubbi circa la colpevolezza e lo spessore criminale di Maria Antonietta Roggio, condannata all'ergastolo per l'omicidio della rivale in amore Vicky Danji. In una sentenza che si legge di un fiato, come un racconto noir dove la realtà supera la fantasia, nei giorni scorsi il giudice estensore Giovanni Antonio Tabasso ha spiegato perché _ il 26 novembre _ la corte presieduta da Antonio Marongiu ha deciso di infliggere alla Roggio la massima pena prevista dall'ordinamento giudiziario. Una morte civile che la recente legge Carotti, prevedendo il rito abbreviato anche per i reati più gravi, ha di fatto soppresso dal nostro codice. Perché molto difficilmente, d'ora in poi, imputati di omicidi pluriaggravati affronteranno il giudizio delle corti d'assise e correranno il rischio di essere condannati al massimo della pena. Per i giudici di secondo grado, però, la mandante dell'orrendo omicidio di Vicky Danji _ l'entraineuse orrendamente mutilata nell'agosto 1996 dal figlio del suo compagno Michele Nuvoli _ non può essere punito se non con il carcere a vita. Dopo avere ricostruito il processo per il delitto di Platamona, il giudice Tabasso arriva alla conclusione che Maria Antonietta Roggio preparò con cura l'assassinio della rivale. E trovò nel figlio Francesco, diciassettenne all'epoca dei fatti, il fedele esecutore di un disegno delinquenziale agghiacciante. Motivando la sentenza, la corte ricorda «la indifferente freddezza con la quale la Roggio accolse l'esibizione della testa mozzata della nuova compagna del marito». Un «trofeo» portato dai giovani sicari (oltre Francesco, un amico quattordicenne del ragazzo) che secondo i giudici «avrebbe indotto qualunque madre a manifestazioni clamorose di raccapriccio e disperazione». «Quella esibizione rivela l'ansia dei due ragazzi di dimostrare al più presto a chi li aveva incaricati di un compito di tanta fiducia, che la commissione era stata bene eseguita» motiva il giudice estensore. In questo quadro angosciante, la corte non ha dato molta importanza al fatto che Maria Antonietta Roggio ordinò o meno anche la decapitazione della rivale. Anzi, secondo il giudice Tabasso non c'è motivo di ritenere che l'atroce mutilazione della donna (decapitata da viva) venne decisa all'ultimo momento da Francesco Nuvoli. Per meritare l'ergastolo, a Maria Antonietta Roggio è bastato ordinare con freddezza un omicidio a due ragazzini che _ in quanto adulta e madre _ avrebbe avuto invece il dovere di proteggere. A parere della corte d'assise d'appello, la Roggio non può invocare a sua discolpa l'avere vissuto in un ambiente degradato. «Le risultanze del processo _ scrive Giovanni Antonio Tabasso _ consentono di individuare proprio nella Roggio il centro di diffusione di un incredibile degrado morale. In realtà, l'atteggiamento della donna nei confronti dell'esistenza appare normalmente improntato a criteri di indifferente sopraffazione e ordinaria violenza». «La mentalità di Maria Antonietta Roggio _ si legge ancora nelle motivazioni della sentenza di secondo grado _ è evidentemente tale da farle ritenere che tutte le situazioni debbano essere risolte attraverso la violenza e la indifferenza morale. A costo di calpestare anche i principi più elementari di civiltà. Questo è l'insegnamento di vita da lei impartito, senza alcuna remora, ai giovani che frequentavano la sua casa». Maria Antonietta Roggio, secondo i giudici pessima madre e donna egoista e perfida, per la corte d'assise d'appello non merita le attenuanti generiche «posto che, della decisione di sopprimere la rivale non esitò a fare strumento un adolescente che ebbe la sventura di imbattersi in lei e nell'ambiente ispirato ai suoi principi di vita». Sulle motivazioni della sentenza, depositate mercoledì in cancelleria, stanno già studiando gli avvocati difensori Agostinangelo Marras e Mattia Doneddu. I due penalisti cercano lo spunto per l'inevitabile ricorso in Cassazione. Al di là dell'esito processuale della vicenda, però, sulla triste fine di Vicky Danji sembra essere già calato il sipario. La sentenza relega Maria Antonietta Roggio, l'ultima ergastolana, nel limbo di una società che non offre alcuna chance a chi sbaglia.(d.s.)