Invisibili esistenze in «City» di Alessandro Baricco


Forse il simbolo dwll'ultimo romanzo di Alessandro Baricco «City» potrebbe essere quel "porch" o veranda d'una casetta, di cui parla il prof. Bandini costruendoci una teoria della precarietà umana, perchè «abbiamo case, ma siamo verande». Diamo le spalle a noi stessi, alla nostra casa, indugiamo sull'entrata, esiliati e sognando un'impossibile difesa: se vi entrassimo, se fossimo noi stessi, questa si rivelerebbe fragile rifugio nel mare del nulla. Così i personaggi di «City» sognano, vivono tutti in bilico tra la realtà e il mondo immaginario che si sono costruiti a propria difesa, come stando in veranda su una sedia a dondolo e un fucile sulle ginocchia. C'è Shatzy Shell, telefonista di un centralino per sonadaggi su personaggi televisivi, che sta scrivendo un western che si allontana e si ricongiunge alla storia, alla strada principale del racconto di «City», come quando racconta degli otto giorni di vano inseguimento dello sceriffo Wister appresso a un indiano. Shatzy, che gira con un registratorino in borsa e le foto di Eva Braun e di Walt Disney, perde il lavoro per dar retta a una curiosa telefonata di un bambino prodigio di cui diverrà poi una sorta di governante. E c'è Gould, laureato in fisica teorica a 11 anni e amico di due personaggi della sua fantasia, Diesel il gigante e il muto Poomerang, calvo e forte. Baricco crede nella letteratura e nei "castelli rabbia", come si intitoilava il suo primo libro. Crede nel gioco di specchi tra realtà e finzione, tra vero e falso, nell'uomo come intreccio di accadimenti reali e fantasia quale necessità di sopravvivenza, di sognare e difendersi. Le storie sono noi e, in questo caso, sono i personaggi che, tutti assieme, sono l'autore capace di renderle visibili, di farci percepire la sostanza della esistenziale città dell'illusione.