Dalla Resistenza alla Liberazione, il ricordo in una Festa d'aprile


SASSARI. Il palcoscenico è proiettato verso la platea, attori e oratore sono tra il pubblico, sul quale si allungano le ombre dei drappi srotolati dal sipario verso la galleria. Nel finale dello spettacolo «Festa grande d'aprile» la volontà di perpetuare gli ideali della Resistenza diventa esplicita e l'allestimento del testo di Franco Antonicelli curato da Sante Maurizi raggiunge uno dei momenti di maggiore coinvolgimento. C'è enfasi? Forse un po', ma il bello dello spettacolo sta proprio nell'effetto dirompente che ha sulla coscienza storica di chi vuole ascoltare. L'operazione curata dalla compagnia teatrale La botte e il cilindro e il Teatro d'Inverno di Alghero in collaborazione con l'Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e l'Autonomia, obbliga a meditare non solo sui temi di quest'opera in particolare, ma sulla funzione del teatro in generale. «Festa grande d'aprile» è in questo senso opera classica, che segue la concezione educatrice del teatro, e se Aristotele chiedeva alla tragedia austerità, magnificenza e gravità, quel sospetto di «enfasi» diventa riconoscimento che il testo di Antonicelli, una «rappresentazione popolare» sulla storia degli italiani dall'assassinio di Matteotti alla Liberazione, è una tragedia corale del Paese. Così, come le opere più belle del teatro classico propongono inalterati i valori delle comunità civili, il testo scritto per questa occasione da Franco Antonicelli stupisce per la sua attualità. L'approfondimento sul perchè le perplessità e le amarezze del dopo-Liberazione siano ancora tanto cocenti è materia di complessa riflessione politica, rispetto all'allestimento di «Festa grande d'aprile» dello scorso fine settimana al teatro Il Ferroviario è invece semplice attribuire l'attualità dell'operazione alle innovazioni apportate all'originale. Tenuto saldo il significato celebrativo del testo, che a Sassari fu rappresentato nel lontano 1965 per volere di Antonio Pigliaru e del gruppo che gravitava intorno ad «Ichnusa», la lettura proposta da Sante Maurizi ha puntato al taglio di alcuni quadri e all'inserimento di una parte musicale la cui composizione è stata efficacemente modellata sul testo da Mauro Cossiga. I tre musicisti in scena (lo stesso Mauro Cossiga alla chitarra e voce, Nicolas Capettini al contrabbasso e Alessandro Carta al flauto, chitarra e armonica), così come gli attori usati in funzione di coro, hanno perciò funzione di veri e propri protagonisti, e recuperano perciò sia la lettura originale di Antonicelli, che immaginò un congresso politico a fare da sfondo ai quadri, sia una lettura di tipo classico, nella quale a corona dei quadri particolari c'è sempre il richiamo al dramma della collettività. Tanti i passi del testo di Antonicelli in cui poesia civile e lirismo tessono le trame di una riflessione tormentata sui valori e i fanatismi che ogni battaglia porta con sè, per tutti basti il quadro sul processo al comandante nazista, nel quale non è stato difficile ritrovare i richiami che hanno portato gli organizzatori a devolvere l'incasso degli spettacoli a favore dei profughi del Kosovo. Più che professionale ed efficace l'interpretazione di Fabrizio Azara, Laura Calvia, Daniela Cossiga, Elisabetta Dettori, Luca Dettori (ha spiccato nel «collaboratore» moderato), Emiliano di Nolfo, Emma Gobbato, Antonio Luvinetti, Giancarlo Monticelli (come oratore ha trasmesso tutte le inquietudini dell'autore), Giuseppe Salaris e Vittorio Sanna; di risalto, senza offuscare il rigore dell'opera, scene e luci di Toni Grandi, Antonio Casu, Virginia Melis, Laura Virglilio, Alessio Levanti e Paolo Palitta.

Cristina Nadotti