Minaccia la mamma e la rapina di venti euro

Ha minacciato la mamma sordomuta con un coltello a serramanico, per farsi consegnare i venti euro che le servivano per una dose di droga. Una ragazza di soli diciannove anni, appena maggiorenne all'epoca dei fatti, a settembre sarà processata per rapina aggravata: ieri al termine dell'udienza preliminare il giudice Bighetti ne ha disposto il rinvio a giudizio. La vicenda risale al giugno dell'anno scorso; a quel tempo la giovane non viveva più con i genitori (entrambi sordomuti) perché si era di fatto appropriata della casa della nonna materna - rimasta vuota dopo la morte dell'anziana - per viverci insieme al fidanzato tunisino, una persona già nota alle forze dell'ordine. La mamma quel giorno si stava appunto dirigendo verso la casa "espropriata", quando per strada la figlia l'aveva incontrata e affrontata impugnando un coltello. Sotto la minaccia dell'arma, la donna aveva dato la banconota alla figlia, ma in seguito aveva raccolto tutto il suo coraggio e l'aveva denunciata alla polizia. Salvo poi pentirsi e ritirare tutto. La macchina della giustizia però non si è fermata, visto che la rapina è un reato perseguibile d'ufficio, e la procura, al termine delle indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio della ragazza. Richiesta accolta dal giudice Bighetti, che ha fissato per il 18 settembre l'inizio del processo. «Si tratta soprattutto di un caso umano - commenta al termine dell'udienza l'avvocato Luca Morassutto, che ha assunto la difesa d'ufficio dell'imputata insieme ai colleghi Paola Zavarini e Lucia Tumiati - Un caso che tocca le corde emotive poiché riguarda il rapporto tra una mamma e una figlia in cui si è inserito un terzo, devastante, elemento: la droga ». Secondo i difensori non si potrà non tener conto nè della dipendenza da stupefacenti, nè del legame con il fidanzato, totalizzante ai limiti del plagio: «Bisognerà valutare - sostiene ancora Morassutto - l'influenza che il convivente può aver avuto in questa dolorosa vicenda, in quanto dal quadro indiziario esposto al gip emerge un forte assoggettamento psicologico dell'imputata, che l'ha portata a compiere un gesto simile». Per questo, conclude, «sarà da valutare attentamente, in ragione di questo assoggettamento, unito alla dipendenza dalla droga, se si possa parlare di piena consapevolezza dell'azione compiuta». Alessandra Mura