Con l'hiv, senza tetto né famiglia


Non sembra nemmeno un ex tossicodipendente. Piuttosto un salutista palestrato. E grazie al cliché grossolano della sua immagine riesce a sopravvivere e «nascondere» il suo passato: «Si, ho un buon fisico, mi tengo in forma, sono diventato anche buddista e ho trovato un po'di serenità». Ma...«Ma, quando cerco lavoro, non dico a nessuno che sono sieropositivo, non posso dirlo».
Luca (nome inventato) ha 44 anni e dall'età di 14 la sua vita si è coniugata con il verbo del «farsi». Da 12 anni è uscito dall'eroina, da 19 sa di essere sieropositivo e da allora, con gli antiretrovirali che cambia ogni 3 anni, riesce ad essere un «sopravvissuto», grazie anche a quel suo fisico. Fin qui la sua personale carta di identità di Luca, il passato buio. Mentre il futuro, nonostante lui sprizzi ottimismo di pori della pelle, non è molto più illuminato. Non ha casa e non ha più lavoro da 2 mesi: «Lo sto cercando, è difficile per chi non ha problemi, immaginiamo per chi è come noi». Lo cerca, senza poter dire a nessuno quello che è in realtà, un malato di Hiv, sieropositivo. «Non è possibile farlo, pochi capiscono: una volta ad Ancona ero stato assunto e dopo un paio di settimane dissi che ero stato anche in comunità. Mi risposero che avrei dovuto dirlo subito, perché a quel punto mi dovevano licenziare. Io dissi, cosa sarebbe cambiato, allora se lo avessi detto subito?».
Nulla, il prima, sarebbe stato come il dopo. Niente lavoro. Sorride Luca, assieme a quelli come lui che incontriamo al SerT di via Mortara. Riesce a nascondere l'imbarazzo dietro le labbra arcuate del sorriso. Soprattutto quando ci dice che oggi è solo. Che attorno a lui c'è quasi il vuoto.
Non come Marco, l'altro ragazzo che avevamo incontrato che aveva perlomeno dalla sua una famiglia. No. Lui Luca, senza un lavoro è anche senza casa. Senza famiglia. «Quando dissi in casa che ero sieropositivo, nessuno volle saperne più di me. Forse ne aveva combinate troppe. Chissà!».
Da allora, oltre 19 anni fa, non lo hanno ripreso con loro, rapporti troncati. «Mia madre mi telefona ogni tanto, per saper come sto, mia sorella invece ha detto no. Gli altri, gli amici, le persone che mi conoscono, lo sanno mi hanno accettato. Il mondo più esterno, però, a partire da quello del lavoro, non ti permette di dire quello che sei, vieni discriminato».
Il no della famiglia, dura da troppo tempo. Da tanto tempo combatte anche contro il mostro che ha dentro e che tiene sotto controllo: «Ho cambiato tanti farmaci in questi 19 anni, riesco a gestirmi bene. Ma ogni 2 o 3 anni debbo cambiarli perché faccio resistenza: e sono fortunato, lo ripeto, per il fisico che ho». Oggi vive da un amico: «lui lo sa, certo, che sono sieropositivo». Spera che qualcosa possa cambiare. Non sa come. «Certo se potessi far qualcosa mettendoci la mia faccia, togliendomi la maschera che ci mettiamo nascondendo la malattia, lo farei, eccome. Non posso, però, per cercar lavoro».

Daniele Predieri