Il chirurgo e l'équipe delle operazioni impossibili

«Il mio primo intervento non me lo ricordo, sarà stata una cosa molto piccola, che ho cancellato dalla memoria» dice Ugo Boggi, specialista in Chirurgia Generale, Chirurgia Addominale ed Endoscopia Digestiva Chirurgica, che opera all'Ospedale Cisanello di Pisa . «Ma rammento benissimo il giorno in cui ho capito che avrei voluto fare il chirurgo, perché è legato a un evento storico per il gruppo, con cui allora giovane medico lavoravo (quello del professor Franco Mosca), che segnò, anche se con tre insuccessi, la storia dei trapianti. Era il gennaio del 1996, avevo trentun anni e affrontai quell'esperienza come un allievo volenteroso ma insicuro, a cui viene permesso di stare al fianco del suo maestro in un'occasione unica. Avevamo aspettato quel giorno come si aspetta un bel regalo, sicuri che sarebbe andato tutto bene. Invece fu una debacle totale. Tre trapianti, tre morti e una sensazione spiacevolissima, molto pesante: ci fu un'interrogazione parlamentare, sull'evento calò il gelo e tutto si fermò. Fino al 15 agosto, quando dopo la morte di una ragazza, mi chiamarono dall'ospedale di Pisa per dirmi che ci sarebbe stata la possibilità di ritentare e che il professor Mosca mi voleva in sala operatoria. Ricordo che quando posai il telefono dissi a mia moglie: " Cel'ho fatta e decisi la strada da seguire!"». Dopo diciotto anni qual è oggi la sua reazione di fronte a un insuccesso? «Di solito rifletto più sulle cose che vanno male che su quelle che riescono e cerco di capire perché. Gli insuccessi poi, vanno usati per cercare di trarne insegnamenti nei passaggi successivi, sebbene questo è un mestiere dove non si finisce mai di imparare: tutto è variabile e l'imprevisto è sempre dietro l'angolo». Il momento più bello? «Ci sono eventi che mi hanno dato particolare soddisfazione, per esempio aver trapiantato bambini molto piccoli da donatore vivente adulto: in un caso il padre e in un altro la madre; esserini che ricevendo un organo grande presentano tutta una serie di problematiche e richiedono un grande lavoro di equipe. Oppure un intervento giudicato impossibile in sedi prestigiose, che invece ho tentato salvando una vita e tutti gli interventi oncologici che vanno a buon fine magari su un bambino. Ma una grande gioia me l'ha data un trapianto di rene e pancreas eseguito su un giovane uomo, che avendo ricevuto molto ( dopo il trapianto ha avuto anche un figlio), ha voluto fare il volontario per "rendere" qualcosa. Lui è un podista come me e insieme abbiamo deciso di partecipare, per beneficenza, alla maratona di Firenze (42 chilometri), in una fredda giornata di novembre in cui pioveva a dirotto. Gli correvo accanto e pensavo: Ora muore", invece ha fatto tutto il percorso...E' stata un'emozione grandissima!». Quante ore dedica a fegato e pancreas? «Quelle che servono. Non guardiamo mai l'orologio. Siamo rimasti in pochi e con il dottor Vistoli e il dottor Signori , da anni al mio fianco, nonché con alcune nuove leve cresciute con me (dottor Caniglia, dottoressa De Lio e dottor Perrone), ci impegnamo al massimo. Il nostro è stato il primo centro d'Europa per il trapianto del pancreas e all'inizio eravamo soli: spesso abbiamo lavorato giorno e notte, senza mai andare a dormire... Rispetto a quando ero nell'equipe del professor Mosca la situazione è molto più difficile. C'è una richiesta di chirurgia oncologica devastante: mediamente 100 persone che aspettano, la durata di ogni intervento e di circa 6 ore, con una prevalenza di lavoro arretrato di circa 600 ore. Come si fa a star fermi?». In tutti questianni non le è passata la voglia di operare? «Un po' sì, ma quello che mi continua ad animarmi è il fatto che ogni volta ci sono problematiche da risolvere. Da noi vengono persone che non sono state trapiantate in altri centri, alcune perfino aperte e chiuse, cosa che di solito si fa per il tumore. Noi non le abbandoniamo, ma non perché siamo, come dicono, quelli degli interventi impossibili, piuttosto perché abbiamo collaborazioni e competenze che portano a ipotizzare un percorso di cura che, a prima vista, non sembrerebbe possibile... D'altra parte l'alternativa è lasciarle morire; e questo è il ragionamento che abbiamo fatto con i genitori di un bambino nato già in dialisi. Ovviamente, come sempre capita, c'è stato anche il momento della paura, sia da parte della famiglia che nostra. Ma quale futuro avrebbe avuto quel bambino? Se si fosse trattato di un ottantenne avremmo lasciato perdere, ma a un piccolo uomo, che ora ha sette anni, o proviamo a cambiare il destino o lo condanniamo a una vita breve e triste. E allora il rischio rispetto ai risultati è ragionevole». Cosa servirebbe per lavorare meglio? «Una struttura adeguata, perché le competenze ci sono, mentre la struttura è carente, anche perché datata. Non a livello dell'attività che le si richiede. Qui, per esempio, c'è gente che sta male davvero e resta tre o quattro mesi in un reparto dove esiste una corsia comune, e ci sono soltanto tre bagni per trenta malati. C'è poi un'altra cosa che agevolerebbe il nostro lavoro: l'incremento dell'utilizzo del robot Da Vinci (attualmente in condivisione con altri reparti), che fa cose eccezionali, è una macchina e non si stanca mai. Vorrei averlo sempre, per sviluppare una chirurgia che senza la sua presenza non posso fare». Una critica alla sanita? «Più che una critica alla sanità un consiglio agli uomini che si occupano di sanità. Sta in un concetto fondamentale: per fare il fantino non bisogna essere stato cavallo ma intendersi di cavalli e chi tratta la sanità è importante che stia molto a contatto con i pazienti e cercando di capire le loro esigenze in modo da poterli agevolare» Maria Antonietta Schiavina