Mascella fa il tifoso: «Col Pisa due vittorie su due e mai preso un gol»


LIVORNO. «Tutto merito di Romoletto. Graziani che faceva sempre gol, ben 18 alla fine del campionato, ne segnò due anche al Pisa per un doppio 1-0 a nostro favore e -ben sappiamo quanto i tifosi ci tengano- pur arrivando appena tredicesimi, la nostra stagione fu salva e anche qualcosa di più». Chi parla è Poerio Mascella, in quel '74-'75 portiere e leader delle presenze (37 su 38, fuori una gara per infortunio, sostituito da Tuccella, più altra mezza, regalata al giovane Castelli nell'ultimo turno di campionato) che, di quell'epoca tocca subito anche il tasto più importante. «Erano gli anni -spiega- di Martelli padre e figlio e credo di poter affermare che Corasco commise sì qualche errore, ma alla fine li pagò tutti in proprio ed anche con qualche interesse di troppo. Così, come posso dire che avrebbe meritato maggiore rispetto suo figlio Riccardo, un ragazzo buono e di un'umiltà unica, che avrei conosciuto meglio quando ci ritrovammo nella Ternana, e abitando insieme, facevamo vita comune».
A Cesare quel che è di Cesare -«Gia, mai motto fu più indovinato. E mi viene subito a mente -va avanti Mascella- la storia del povero Luis Silvio, quando giocavo in serie A nella Pistoiese. Ricordate? Fu indicato come il male dei mali, un'autentica bufala e quindi la nostra rovina, divenendo un po' l'emblema degli acquisti sbagliati in terra straniera. Ma che colpa aveva lui, che in Brasile aveva sempre giocato, operando scatti lungo la linea di destra per mettere il cross e da noi invece, dopo essere stato venduto come punta centrale, era stato utilizzato, senza avere la stazza giusta per opporsi ai difensori italiani, solo nel mezzo dell'area. Ve lo giuro, se appena avessimo avuto in rosa un centravanti costruito per ricevere i suoi cross, lui non sarebbe stato neppure tanto male e infatti quando in un servizio ho scoperto che in Brasile viveva abbastanza bene gestendo una sorta di club sono stato la persona più felice di questo mondo. Ma il calcio è anche questo e, tornando al Livorno, vi dico che l'«a Cesare quel che è di Cesare» ha calzato alla perfezione anche nei confronti di Cisco Lojacono chiacchierato per le sue tante belle donne, purtroppo morto ancor giovanissimo, che ci metteva tutta la passione possibile e quando calciava, nonostante problemi alle articolazioni, era una sentenza. Sì, mi diceva, "te la metto lassù, valla a prendere" e non c'era niente da fare, lassù non ci arrivavi mai. Oppure per Lessi che, dando il cambio all'argentino, mi fece da tecnico trasmettendomi, lo spirito giusto, insomma quello che, chiamato spirito Toro, era anche spirito Livorno, e quindi avrebbe strameritato di togliersi anche in panchina le soddisfazioni che, fino alla serie A, erano state sue da giocatore».
Che pubblico! -«Sì, ho girato molto -dice Mascella- ma un pubblico come quello livornese non l'ho più ritrovato. Fantastico nello starti vicino, il contatto con la sua gente, favorito dall'esistenza del bar ora gestito da Mario Bianchi ed ai miei tempi da suo padre, era unico. Tanto unico e da me apprezzato che oggi sono il marito di una livornese, Elena Luschi che conobbi verso la fine del campionato per uscirci la prima volta il 22 giugno e che, in pratica mai fidanzati, sposai già in quella estate. Il nostro capolavoro? Naturalmente nostro figlio Nicola, trentunenne, ingegnere meccanico, che per cinque anni ha fatto nuoto ad un buon livello e poi, per altri due anni, è passato al rugby. Altri ricordi livornesi? Il mitico Mariotti; il vecchio Cosmelli, padre dei due campioni del basket, che incontravo al bar dello stadio; Martin, Torresani e Zanotti, con i quali vivevo a pensione da una signora. E, lo ripeto volentieri, Riccardo Martelli, con il quale ancor oggi mi sento spessissimo. Sì, Riccardo, e con lui il dottor Piero Volpi, medico all'Inter e primario al "Galeazzi", ed anche mister come Bersellini, Bolchi, Marchesi, Ulivieri, Mazzetti, fino a Mario Trezzi che ebbi al Seregno e purtroppo ci ha lasciati, sono il miglior ricordo che il calcio mi abbia consegnato direttamente dal campo».
Carriera -Mascella, nato a Nova Feltria (Urbino) il 19 ottobre 1950, comincia a 15 anni nella squadretta allievi del Meda, dalla quale ancora allenato dall'ex interista Giacomazzi, dunque il suo prino mentore, passa in 3ª categoria all'Equipe 2000 di Cesano Maderno. Quindi, prima di approdare al Livorno, fa tre anni, dal '69 al '72 nel Seregno e due anni di Como, serie B, allenato da Bersellini (Onesti il preparatore dei portieri, 3 le partite giocate) e poi da Marchioro (Sacchella per i portieri) che ha Rigamonti, il "numero 1" che batte i rigori e soprattutto è troppo bravo per poter dare spazio a chicchessia. Il dopo Livorno lo vede invece dapprima per tre anni al Messina (Serie C) allenato da Bolchi, per due al Varese (Serie B) di Maroso e (per i portieri) Barluzzi, per altri 3 (ancora B) nella Ternana con Marchesi, Ulivieri e Pietro Santin, e quindi, finalmente serie A, in quel di Pistoia dove il presidente è il famoso Faraone («una grande persona. Ricordalo -mi disse- la porta di casa mia, per te sarà sempre paerta»), da allenatore opera Lido Vieri, gradissimo ex portiere che strada facendo, sarà affiancato da Mondino Fabbri e come compagni «ho niente meno che Marcello Lippi, i poveri Rognoni e Frustalupi, Bellugi, Berni e Zanni». Quindi, dopo un '81-'82 agli ordini di Toneatto («l'anno in cui muore mia mamma Anita e che per me è di una sofferenza unica»), il così detto canto del cigno, con due anni di B al Monza («dove firmo il contratto con l'attuale tandem milanista Gagliani-Braida, mi guadagno la presenza nell'"Angloitaliano" di Gigi Peronace ed ho per allenatori Franco Jimmy Fontana e Mazzetti») e il ritorno in serie A con un Bari «per il quale gioco, prima di essere operato dal prof. Perugia, addirittura 8 gare con un ginocchio che ha il crociato rotto»).
Diesse e osservatore -Dopo che aveva aperto un Centro Fittness, saranno le nuove mansioni calcistiche di Mascella. Che svolge la prima per Seregno, Parma, Padova (in serie A) e Grosseto. E quindi si ricicla nell'altra per conto di Cagliari (d.s. Sandro Vitali), Reggina (addirittura 6 anni), Modena, Parma e Terni, fino (3 anni) al Bologna. «E il tutto, come già da calciatore, -spiega orgoglioso, il bravo Poerio- nel segno dei principi e dello spirito di sacrificio che mi erano stati inculcati da mio padre Renato. Uno che, per la sua famiglia, la propria esistenza, l'ha vissuta da grande dentro le miniera di zolfo».

Vinicio Saltini