Dalla mondanità al vino


CAPALBIO. L'uno, ex produttore cinematografico, ha mandato al diavolo i cast e le pizze di celluloide. L'altro, ex ministro, ha accantonato ogni velleità politica. Entrambi hanno uno scopo: produrre a Capalbio un vino che cancelli l'immagine del bottiglione di bianco e rosso, tanto in voga nel secolo scorso, altrove spazzata via quando il vino ha cessato di essere alimento per diventare bisogno edonistico.
Vogliono sotterrarla, vien da scrivere, sotto a quella terra che un francese assaggiò come si fa con l'uva nella vigna: prese una zolla, se la mise in bocca, la masticò. Sputò e fece tutto daccapo: altra zolla, nuova masticazione, ulteriore sputo. Fino a che, soddisfatto, esclamò: "Il y a du terroir, ici". Aveva ragione, l'eccentrico esperto: a Capalbio ci sono le condizioni per fare grandi vini. A partire dal clima, secco e fresco nelle campagne dietro al Monteti, la collina che sovrasta il paese e fa da schermo ai telefoni cellulari, quasi fosse uno spartiacque tra un'esistenza tecnologica e una bucolica, dove ancora le colline e le foglie rappresentano valori assoluti. Passando al terreno, arido e ricco di minerali, lambito eppure riparato dal salmastro, che costringe le viti ad affondare le radici sempre di più, alla ricerca di quelle sostanze nutritive che rendono i mosti opulenti e i vini docili e forti, eleganti e muscolari insieme. Per finire alla tecnologia, che per sua natura avvicina gli spazi e gli uomini, rendendo consueto quel che la geografia estranea.
Capalbio si è messa in testa di produrre vino, oltre che mondanità. Lontana dalle griffe di Bolgheri e dalla noblesse di Montalcino, distante anni luce dall'imprenditorialità snob del Chianti e dal frastuono della Maremma del Morellino, una nuova classe di vinattieri sta affacciandosi sul mercato. Alcuni hanno investito, o sono pronti a farlo, milioni di euro in cantine asettiche come laboratori d'analisi. Altri vanno avanti passo dopo passo, dedicando alla propria azienda la stessa attenzione con cui si educa un figlio. Giancarlo Di Fonzo, produttore cinematografico folgorato sulla via del vino, appartiene alla seconda categoria. È fuggito dal mondo della celluloide per la quiete di Pianese, angolo di paradiso alle spalle di Capalbio, sul versante di Monteti che guarda a Manciano. «Fare il vino è come produrre un film», esordisce. E spiega, usando una divertente immagine figurata: «Il terreno è la sceneggiatura; le viti sono gli attori; l'enologo è il regista. Il produttore è sempre se stesso». Si è solo riciclato: «Nel mondo del cinema, oggi, il produttore è un ragioniere, un amministratore», aggiunge. L'intuizione, l'inventiva, la voglia di rischiare sono cani in chiesa. Ben che vada puoi produrre "Il grande fratello" e per lui, che per primo ha importato Pedro Almodovar in Italia ("L'indiscreto fascino del peccato") e ha prodotto "Sinfonia d'autunno" di Bergmann, è un'autentica iattura.
Meglio fare il vino, con la voglia di sfidare consuetudini e tendenze di mercato, al ribasso dopo la grande sbornia di fine anni '90. Il "Pietricci", rosso base della sua azienda, è già in commercio a un prezzo accessibile. È l'immagine di chi l'ha prodotto, stanco di una realtà comoda e scontata: i tannini trasmettono sottili provocazioni, risolti come sono; il frutto è avvolgente, fascinoso, per nulla sovrastato dal legno di barrique. È un ibrido, un po' toscano e un po' bordolese, che farà da contraltare al suo fratello maggiore, l'Orcaio, toscanissimo nel suo blend di sangiovese in purezza. Quando sarà in commercio, saggerà la vocazione delle "Cionce", dove per 70 ettari si estende la tenuta Di Fonzo: privilegiare il sangiovese, puntare sugli internazionali o trovare un compromesso tra l'uno e gli altri?
Il dubbio sembrano averlo già sciolto alla Tenuta di Monteti, dell'ex ministro Paolo Baratta, negli esecutivi di Ciampi, Andreatta, Amato e Dini. Qui puntano sugli internazionali, senza nulla concedere alla toscanità del vino. E sui giovani, assistiti dal guru Carlo Ferrini, enologo di grandi cru. «Sono stato ministro in un'epoca in cui la politica era appassita», dice l'ingegner Baratta. «Ma più che la politica, il vino mi evoca qualche altro impegno. La Biennale, ad esempio». Stesso entusiasmo, identica voglia di stupire. I ragazzi "terribili" di Baratta - Andrea Elmi, 28 anni; Cristian Coco, 27; Roberto Rossi, 32 - gestiscono una cattedrale del vino, dove tecnologia e tradizione si fondono in un insieme armonico dal sapore avveniristico. Dal terrazzo dell'azienda i vigneti sembrano un mare verde. Il panorama ricorda il Pomerol, patria del merlot nell'universo viticolo bordolese. Mancano le rose in fondo alle vigne, cartina tornasole della salute dei tralci «perché i filari sono troppo lunghi», spiega Cristian Coco. Altrimenti Capalbio parrebbe Saint Emilion. Ma cos'ha spinto uno come Baratta, che di affari s'intende, a investire nel vino in un momento in cui gli Eldorado enologici sono pagine di storia ingiallite? «Due ragioni. La prima è privata - spiega l'ex ministro -: dopo aver dedicato la vita alle vicende pubbliche, mi sono concesso una cosa per me. La seconda è privatissima: volevamo lasciare qualcosa a nostra figlia».
Eva Baratta, 37 anni, ha colto la palla al balzo e si è appassionata al gioiello di famiglia, dove si producono due vini a blend internazionale, in vendita a prezzi più che abbordabili: il "Caburnio", docile e beverino, e il "Monteti", un grande rosso potente e accattivante, morbido nei tannini, ottenuto con tagli azzeccati e modulate permanenze in barrique. Il mercato risponde bene e i vini della Tenuta di Monteti sono già esportati in 14 paesi, che a breve diverranno 17. Il merito di questo piccolo grande miracolo della Maremma meridionale va attribuito al gioco di squadra: «Le energie di questi ragazzi sono straordinarie - chiude Baratta -. Fanno tutto, dal manovale al supertecnico. La progettualità dell'impresa va modellata sulle loro energie, sulle loro professionalità. È bello lavorarci assieme, confrontarsi con i progetti che hanno, senza dominarli né schiacciarli».
È presto per dire se Capalbio, dove i casali dell'Ente Maremma si vendono a cifre da capogiro, avrà un futuro enoico pari alla sua fama mondana. La voglia di fare c'è, come quella d'investire. Importante è il progetto che Marco Bassetti, produttore televisivo e marito di Stefania Craxi, sta compiendo a Giardino, al confine con il comune di Orbetello. Roberto Crea, biochimico famoso nel mondo per aver scoperto l'insulina sintetica, non gli è da meno. E l'occhio di chi va in paese, subito dopo Borgo Carige non potrà che puntare sulla mega cantina in costruzione, che lambisce il bosco di faggetti e querce. È un grande manufatto vista mare che la Monteverro Srl, di proprietà dei tedeschi Christina Reiter e Georg Weber, sta realizzando con un investimento pari a 27 milioni di euro.
I venti ettari di vigneto andranno a implementare il patrimonio vinicolo di questo paese borghese, che con Montalcino divide la difficoltà nei collegamenti e con Bolgheri la vicinanza al mare. La scommessa sta qui, in una terra che fazzoletto non è, sfiorata dalle brezze salmastrose che mineralizzano il suolo e danno spessore ai vini, rendendoli sapidi, tenebrosi e docili senza indulgere alla civetteria. Le premesse ci sono, l'entusiasmo dei pionieri farà il resto: l'icona stantia del fiasco sarà finalmente cancellata e l'immagine mondana si appaierà a quella di un luogo dove il lavoro e la passione hanno il sapore modulato del buon vino.

dal nostro inviato Antonio Valentini