Il signor Rossi pareggia


Quando Claudio Martini, nell'aprile del 2000, appena eletto presidente della Regione, lo chiamò a Firenze per un colloquio, Enrico Rossi sapeva già che sarebbe diventato assessore regionale. Aveva 42 anni, era stato sindaco di Pontedera per 9 anni, era riuscito, grazie anche all'amicizia con Giovannino Agnelli, a salvare la Piaggio, e alle elezioni era stato sommerso da una valanga di preferenze: 16.248 per l'esattezza. Rossi però non si sarebbe mai immaginato di diventare assessore alla sanità. Si riteneva più adatto ad un assessorato economico: si era cimentato con la vicenda della Piaggio, a rischio trasferimento da Pontedera a Nusco, e dal 1999 al 2000 era stato chiamato da Walter Veltroni, allora segretario nazionale dei Ds, al dipartimento politiche economiche della Quercia. E invece Martini, assessore alla sanità uscente, lo sorprese: «Enrico, sei una persona di mia fiducia e vorrei che ti occupassi di sanità». Rossi provò timidamente a controbattere: «Claudio, ma io di sanità proprio non ci capisco nulla...». E Martini: «Anch'io quando Chiti mi chiamò a fare l'assessore ero poco preparato. Poi ho imparato. Così farai anche te».
Bilancio da 5800 milioni.Una sfida da far tremare i polsi. La sanità è la competenza principale di una Regione. Per avere un'idea: il bilancio regionale 2005 ammonta a 8.800 milioni di euro, di cui 5.800 sono destinati alla sanità e ai servizi sociali. Una cifra pari al 67% del bilancio. Dall'assessore alla sanità dipendono circa 50mila persone (medici, infermieri e amministrativi), 12 Asl e 4 aziende ospedaliere. Per Rossi un potere enorme ma anche enormi problemi. Resi più difficili dalla recessione economica e dalla diminuizione dei trasferimenti statali alle regioni. Una cifra? Nel 2005 in Italia il buco nella sanità ha raggiunto 4 miliardi e 800 milioni.
Ad un passo dal governo.Sei anni dopo Rossi può esibire come fiore all'occhiello il pareggio dei conti e una gestione della sanità che vanta molti consensi. Anche fuori della Toscana. A tal punto che il suo nome è circolato persino come possibile ministro alla Salute. E quando il governo, nei giorni scorsi, ha stilato l'elenco delle regioni che dovranno aumentare le tasse per aver sforato il tetto di spesa in sanità, la Toscana è tra le virtuose. Promossa: bilancio in pari, anzi con un leggero avanzo. Pareggio ottenuto senza applicare il ticket, che invece viene fatto pagare da altre regioni.
Se i tagli sono di sinistra.Ma qual'è il segreto dell'assessore taglia-spese? Per spiegarlo Rossi parte da lontano. Dalla sua storia personale. E dalla voglia di correre nella vita. Laureato in filosofia a Pisa con una tesi sulla filosofa tedesca Agnes Heller, Rossi si iscrive alla Fgci a 17 anni, fa il giornalista, poi abbandona la redazione per darsi alla politica: a 22 anni è consigliere comunale di Pontedera e a 27 anni si sposa con un architetto, Paola Pollina, da cui avrà un figlio, oggi liceale di 17 anni, e diventa sindaco. Con un'ambizione in testa: quello di seguire l'orma dei «grandi amministratori toscani riformisti», dice. Sindaci e presidenti di Regione con la testa del Pci in tasca ma una grande concretezza amministrativa. Da riformisti rossi.
«Per me battermi per fare tornare i conti è una politica di sinistra. Perché se i bilanci chiudono in pareggio ci sarà sempre una sanità pubblica. Altrimenti chi ha più soldi si potrà curare e chi non ha la carta di credito non ci sarà assistenza. Come per certi versi avviene negli Stati Uniti», spiega Rossi.
Così ti sistemo i conti.E allora giù con le forbici. Già usate negli anni Novanta da Vannino Chiti e Martini, che ridussero gli ospedali da 93 a 41 e le Asl da 42 a 16. Tagli che fecero scendere in piazza i sindacati, Cgil in testa. Poi l'opera è proseguita con Rossi. Che ha tagliato in tre anni quasi 2mila posti letto favorendo il day hospital rispetto all'ospedalizzazione. Che ha mantenuto stabile il personale dipendente: nel 2000 lavorano nella sanità toscana 49.273 dipendenti e nel 2005 49.180. Quasi cento in meno. Che ha ridotto il consumo dei farmaci (15,2% in meno rispetto alla media nazionale) con due misure molto concrete. Un accordo con i medici di famiglia per incentivarli a prescrivere solo le medicine necessarie e, a parità di componenti chimici, quelle meno costose. E, in secondo luogo, l'erogazione ai pazienti che escono dall'ospedale delle medicine occorrenti (che alle Asl costano la metà rispetto alle farmacie).
Tagli a bollette e auto.Poi ci sono i piccoli tagli che in sanità assumono dimensioni consistenti: «Se taglio le spese dell'1% risparmio 60 milioni, mica noccioline», sostiene Rossi. Ed ecco allora l'istituzione delle Aree vaste «che ha consentito di evitare duplicazioni ed inefficienze: ad esempio nel 2004 l'attività contrattuale per acquisti in sanità ha consentito economie per 90 milioni di euro», sottolinea l'assessore. Poi occhi alle bollette Enel e Gas, telefono. Meno convegni e più servizi. E anche taglio delle auto, perché no? La Asl di Firenze ha deciso di ridurre il parco macchine da 700 a 500 entro l'anno. Altro esempio, ma per il futuro: è in costruzione il primo ospedale bioclimatico d'Europa: il nuovo Meyer. Costa il 5% in più di investimenti impiantistici ma si risparmia il 20% di consumi per il clima e il 40% di consumi per illuminazione.
Ma l'opposizione attacca.E' tutto oro quel che luccica al palazzo della sanità toscana? Anna Maria Celesti, ginecologa pistoiese, consigliere regionale di Forza Italia, risponde di no: «Sì, i conti sono in pari ma, stando ai dati di un'indagine, il 30% dei toscani si dichiara insoddisfatta del sistema sanitario regionale. I malati nelle corsie ospedaliere sono considerati palline da ping pong. L'indice dei posti letto ogni 10mila abitanti è inferiore alla media nazionale. Le liste di attesa sono lunghissime...». Rossi replica che si tratta di propaganda politica: «Con i direttori delle Asl io faccio periodicamente il punto non solo sulla spesa ma anche sulle liste di attesa e sui parametri di qualità. Non guardo solo ai numeri ma anche alla qualità delle prestazioni. Ma chi lo ha detto che tagli e buona qualità non stiano bene insieme?».

Mario Lancisi