E il Duce scippò il Tevere a quei simpatici brontoloni


Ad Arezzo ho molti amici: nessuno però nelle vicinanze di Licio Gelli. Uno di loro mi racconta un episodio rivelatore del clima campanilistico che dopo tanti secoli resiste nella zona. Nei paraggi dell'incrocio fra la statale Arezzo-Siena e quella Umbro-Casentinese, c'era un olmo maestoso, un albero sacro o comunque rispettato come tale, una gloria della civiltà contadina. «Faccia conto che fosse un po' come la quercia di Guernica».
«E furono i tedeschi a distruggerlo?» chiedo.
«No, no niente tedeschi. Fu abbattuto dalle milizie senesi sbaragliate davanti alle mura di Arezzo. Per vendicarsi se la rifecero con l'olmo sacro. Pensa era l'anno 1288».
«E il clima di campanile, oggi, in cosa consiste?».
«Nel fatto che in pieno Novecento, nel 1968, l'olmo è stato ripiantato dove fu distrutto. E un'epigrafe avverte: «L'olmo che dette il nome alla frazione, abbattuto dalle milizie senesi in fuga il 12 giugno 1288, è qui risorto, a iniziativa degli amici dei Monumenti aretini, e la collaborazione del comune di Arezzo». Gli "Amici dei Monumenti aretini" hanno così polemizzato apertamente con i senesi. «Siamo stufi di prendere schiaffi» mi dice un influente personaggio della città che incontro a pranzo nella Buca di San Francesco, dopo essermi ritemprato nella vicina chiesa con la visione degli affreschi di Piero della Francesca che, da soli, valgono una sosta in Toscana.
«Quali schiaffi, e da chi?»
«Dall'Arno e dal Tevere», ed estratta una carta geografica dalla sua cartella affronta il tema del primo schiaffo, quello dell'Arno.
«Il fiumicel che nasce in Falterona al limite della provincia di Firenze, si acquieta nella piana di Campaldino transitando da Poppi, ma si prepara alla terribile beffa. Ecco Bibbiena, ecco Ràssina, ecco Subbiano, e, dopo Giovi, preparandosi a passare sotto il fastoso ponte di Buriano, l'Arno sterza di colpo a destra, evita Arezzo, e volta le spalle alla nostra città, dà quello che è stato definitio il "grande schiaffo...".
«E lo schiaffo del Tevere?».
«Quello è soprattutto lo schiaffo di Mussolini. Il Tevere, lei lo sa, nasce dal monte Fumaiolo, non molto distante dal Falterona. Fino al 1934 il Fumaiolo era in provincia di Arezzo. Poi Mussolini per donare alla sua terra, la Romagna, una quota di romanità, spostò di qualche chilometro il confine regionale, mettendo il Fumaiolo nella provincia di Forlì. L'avvenimento fu celebrato con una marziale adunata di gerarchi. Il monte Fumaiolo innalzò il gran pavese del fascismo. Ma al culmine della cerimonia il dio del fiume si vendicò dell'oltraggio: un violento temporale si abbattè su protagonisti e figuranti. Grandine, tuoni e saette».
Questi pochi esempi ci rivelano che gli aretini amano lamentarsi dando ragione ai loro avversari senesi (stavo per scrivere nemici) i quali li definiscono «degli ignorantoni che abbaiano per un nonnulla», richiamandosi con poca eleganza, loro che si considerano raffinati per tradizione, al giudizio di quel seminatore di zizzanie in endecasillabi che fu Dante Alighieri. Vi rammentate? Il poeta ha scritto nel suo poema che gli aretini sono dei «botoli ringhiosi». E questo, insieme ai sorrisini pigliangiro e alle arie di compatimento dei senesi nei loro confronti, ci rende gli aretini molto simpatici. Ci spinge a prendere le loro difese. Di cui, beninteso, non avrebbero bisogno. Perché tutto, o quasi, gioca a loro favore.

Infatti Arezzo splende nei cataloghi della sua industria di oreficeria e gioiellerie, dimostrando che nessun'altra città, in Toscana, ha il suo genio nel riciclarsi. Usciti distrutti dalla guerra, hanno creato dal nulla un'industria di abiti confezionati lanciandola su un mercato interclassista, e quando giacche, pantaloni e soprabiti hanno cominciato ad andargli stretti, si sono dedicati all'antiquariato, ma in special modo all'oreficieria improvvisando una clamorosa concorrenza agli antichi feudi da ventiquattro carati come Valenza, come Vicenza, e come la stessa Firenze.
Da anni si tiene "Arezzo Oro", l'expo di aprile dove operano ben 1654 aziende di cui oltre mille artigianali che nel 2003 hanno fatturato 2,2 milioni di euro. L'oreficeria aretina occupa 10.500 persone e lavora 165 tonnellate d'oro e 95 d'argento. Cifre importanti che stanno crescendo. Infatti la superficie dell'expo nell'aprile 2005 passerà da 13.500 metri quadri dell'anno scorso a 21mila.
Non si capisce, allora, perché gli aretini continuano a lamentarsi e perché i senesi continuano a prenderli in giro. Gli aretini se ne stanno belli comodi con la ferrovia principale della penisola all'uscio di casa, e i senesi, invece, per raggiungerla devono andare a Empoli, aspettare il treno da Pisa, scendere a Firenze eccetera eccetera. Gli aretini, se vogliono muoversi in automobile, hanno sull'uscio di casa anche l'A1. E i senesi, invece, hanno dovuto aspettare la superstrada di Firenze che è rimasta a lungo una trappola mortale e si esaurisce alle porte di Siena imbottigliandosi nella Cassia.
Certo, gli aretini che vantano glorie come il Petrarca, il Vasari, il Redi, un medico che ha trovato nel vino l'immortalità, come Pietro Aretino detto "il flagello dei principi", hanno avuto il vantaggio, rispetto ai senesi, di potere contare su un rappresentante politico puntiglioso e corrosivo, e affiliato, e aggressivo come Amintore Fanfani, l'uomo pronto a tornare i lizza quando lo credevi liquidato per sempre, tanto che venne soprannominato "il rieccolo". E per innumerevoli anni Fanfani ha rappresentato la città di Arezzo e lo spirito degli aretini imponendo, fra l'altro, che l'autostrada transitasse ai margini della sua città.
D'accordo, Fanfani non è nato ad Arezzo, ma nella sua provincia, a Pieve Santo Stefano, in Val Tiberina, ed è cresciuto ad Anghiari. Ma è proprio dal territorio delle loro quattro vallate, che gli aretini possono trarre la cattiveria e la grinta per non soccombere davanti ai senesi che, in quanto a cattiveria, non sono secondi a nessuno.
Ho accennnato alle quattro vallate. Arezzo ha la fortuna geografica di essere la città pivot di quattro stupende vallate, il Casentino, la Tiberina, la Chiana e il Valdarno Superiore. E tutte si riconoscono sorelle, o quanto meno colleghe, solo quando si tratta di dare addosso ad Arezzo.
La Val di Chiana si sente meno lontana da Siena e addirittura da Firenze. Il Valdarno Superiore preferisce la parentela fiorentina. La Val Tiberina subisce il fascino dell'Umbria e della civiltà romana, e guarda gli aretini di squincio, rinfaccia a loro di avergli concesso l'uso, e il vanto, del suo artista più geniale, Piero della Francesca.

Gli aretini reagiscono dicendo che gli abitanti delle quattro vallate sono semplicemente dei contadini. Ma soffrono della loro malevolenza. Gli amici che ho ad Arezzo, essendo colti ed evoluti, ricchi di humour, non hanno alcuna ritrosia a raccontare divertiti una delle peggiori battute sparate ai loro danni dagli aretini della campagna. E' una battuta che risale all'epoca in cui nella chiesa di San Francesco, quella celebre per gli affreschi di Piero, la domenica mattina si celebravano due messe: una per la gente della provincia abituata ad alzarsi all'alba e l'altra per la gente di città, in massima parte donne, abituate, il dì di festa, a prendersela comoda.
Eccoci all'episodio della battuta. Una signora sta per entrare in S. Francesco e, vedendone uscire un villano, gli chiede altezzosa: «Scusi è finita la messa dei contadini? E il villano: «Si, è finita, e ora comincia quella delle troie!».
I soliti amici mi confessano che lo scontento degli aretini, la delusione, l'amarezza che li spinge ad «abbaiare per un nonnulla», nasce dalla sconfitta del loro esercito nella piana di Campaldino. Quella battaglia fu combattuta l'11 giugno 1289 e vide i ghibellini di Arezzo guidati dal vescovo Gugliemo degli Ubaldini opporsi ai guelfi di Firenze. Una battaglia famosa, dicono, più di quella di Montaperti del 1260 e di quella della Meloria del 1284. Forse perché tra i fiorentini militava Dante in persona, da poco maggiorenne, che al momento opportuno preferì tirarsi da parte. Dante non era un leone e nemmeno un buon cronista, perché di quella battaglia ci ha lasciato pochi cenni. Niente al paragone di quello che ha raccontato in versi della battaglia di Montaperti perduta dai guelfi di Firenze ad opera dei ghibellini senesi cinque anni prima che lui venisse al mondo.
Come inviato di guerra non lega nemmeno le scarpe a Barzini Senior, a Civinini, a Hemingway. Oltretutto Dante era stufo delle diatribe che dividevano i guelfi della sua città: una buona ragione per non rischiare la pelle. Il vescovo-guerriero, al contrario, ce la rimise. Guglielmo degli Ubertini era miope, e allorché in distanza inquadrò l'esecito nemico, chiese a Buonoconte di Montefeltro che caracollava al suo fianco: «Dimmi, o che mura sono quelle?». «Mura non sono» gli fu risposto, «sono i palvesi dei nemici che fanno testuggine». Palvesi (o anche pavesi) si chiamavano gli scudi che proteggevano la seconda fila dell'esercito, quella degli arcieri.
Gli scudi dei fiorentini tentarono di arginare l'offensiva lanciata dal vescovo con il grido «Al galoppo, al galoppo!». Sembrava la carica dei seicento con Errol Flynn in edizione anticipata. Ma l'intervento tempestivo delle truppe gigliate di riserva agli ordini di Corso Donati, che per linee esterne falciarono le gambe alla cavalleria aretina, ribaltò le sorti della battaglia. Prima di cadere trafitto, il vescovo spedì un corriere per ottenere a sua volta i rinforzi. Ma un furioso temporale bloccò il loro ingresso in campo. Anche Buonoconte di Montefeltro venne ucciso. E la sconfitta di Campaldino segnò il futuro di Arezzo: alle dipendenze dei fiorentini. Brutta sorte.
Durante un pranzo nella tenuta chiantigiana di Folonari, chiesi a Geno Pampaloni, il famoso critico (che ha curato l'ultima edizione del poema), la causa che aveva fatto trascurare a Dante, nei suoi scritti, l'unica battaglia cui, in un certo senso, aveva partecipato. E Pampaloni, brindando con il bicchiere pieno a metà del rosso Santedame, il più elegante di Ambrogio Folonari, convenne con me che il divino poeta si vergognava di essersela fatta sotto, a Campaldino, mentre il vescovo, sul fronte opposto, soccombeva pugnando come un satanasso, miope ma molto ardimentoso.
Non essendoci mai fine al peggio, gli aretini hanno avuto la sfortuna di ospitare Dante nel periodo del suo allontanamento da Firenze. Quando già si è rivelato poeta magnifico ed è rimasto deluso dalle sue esperienze politiche, e avendo scelto la fazione dei guelfi bianchi è stato preso a sberle dai guelfi neri che a Firenze sono entrati nella stanza dei bottoni, l'Alighieri comincia il suo giro dell'esilitato, inquilino a sbafo dei nobili a lui vicini per colore politico o per fede letteraria. E così lo ritroviamo proprio dalle parti di Campaldino.
A Poppi e a Porciano, Dante trova un'accoglienza fraterna. Da Porciano, ospite dei conti Guidi, invia due celebri epistole. Una ai fiorentini per sollecitarli a piegarsi davanti all'imperatore Arrigo II, ribellandosi ai padroni del vapore. E l'altra all'imperatore, spronandolo a combattere Firenze, a «schiacciarle il capo col piede».
I leader fiorentini si arrabbiano assai e spediscono un ambasciatore dai conti Guidi per ottenere l'estradizione del poeta. I Guidi informano subito Dante che fugge. E in prossimità di Stia incontra l'ambasciatore in persona. Un autentico bischero che gli domanda: «Sapete se il noto Dante Alighieri, poeta e scrittore, si trova ancora nel castello di Porciano?». E a Dante viene attribuita la seguente risposta: «Quand'i v'ero, i v'era!».

Dante è un ingrato. Contro i Guidi organizza una campagna denigratoria vergognosa. All'Inferno dice di trovare mastro Adamo, un falsario che i Guidi chiamarono nel loro castello di Romena perché falsificasse i fiorini d'oro. Il Guidi li spendavano a piene mani, senza nemmeno preoccuparsi di riciclarli nelle banche svizzere. Così mastro Adamo pensò di imitarli. Scese a Firenze, fece molti acquisti, abiti, cibarie, oggettini per regalo, pagò senza tirare sul prezzo e tornò nel Casentino. Venne subito scoperto. Gli armigeri della finanza lo inseguirono, lo catturarono e lo bruciarono vivo sul posto. Tale era la pena per i falsari. E Dante gli mette in bocca due versi rabbiosi: «Io son per lor tra sì fatta famiglia/è m'indussero a battere li fiorini...». Come dire: «Io condannato e quelli, che mi stipendiavano per battere moneta falsa, sono a piede libero».
La pianura di Campaldino, inbevuta di sangue, rimase sterile e abbandonata per secoli: così alto era l'orrore che emanava, il raccapriccio che causava. Io l'ho visitata di recente. Un cartello e un piccolo monumento in onore del pavido Dante obbligano a una sosta. C'era una comitiva di studenti rumorosi, con un prete che faceva da cicerone. L'ho udito commentare: «E alla fine vinsero i nostri». Come se i guelfi fossero stati tutti di destra e i ghibellini tutti a sinistra, quei ghibellini di Arezzo comandati da un vescovo.
(12-continua)

Aldo Santini