Una tassa per i medici a tempo parziale Emendamento alla finanziaria: 5mila euro all'anno da versare all'Asl


ROMA. Una tassa annuale di 5mila euro e la perdita dell'indennità di esclusiva per permettere ai medici ospedalieri di esercitare la libera professione fuori dalla struttura pubblica, in cambio potranno continuare a fare carriera, cosa che la Riforma Bindi negava. Basta una proposta di emendamento del governo per scatenare un putiferio sulla strada della Finanziaria. Insorgono in molti, Regioni in testa, coinvolte loro malgrado e costrette a pagare eventuali costi. «Chiederemo al governo di ritirare la proposta», dice Enzo Ghigo, presidente della Conferenza delle Regioni. L'emendamento lo firma il relatore della Finanziaria, Angiolino Alfano ed è patrocinata dal ministro Sirchia, che si è detto «molto favorevole». L'annuncio suscita un pandemonio, tra i deputati alle prese con la legge di bilancio, tra i sindacati dei medici, in maggioranza contrari con l'eccezione di quelli che associano anche i primari, e tra i presidenti delle Regioni. Rosy Bindi, davanti a una proposta di modifica eversiva della sua legge, che pure consente l'esercizio dell'attività privata nelle strutture pubbliche, ha definito un «pizzo» il prezzo che si deve pagare per la libertà di esercitare la professione in privato, «senza vincoli e senza controlli». E un «inaccettabile ritorno al passato», che premia «la lobby dei baroni della medicina, con un metodo ricattatorio e immorale». Vasco Errani, presidente dell'Emilia e vice della Conferenza, definisce la proposta un «atto grave», che «destabilizza il sistema». Battaglia e Livia Turco, Ds, parlano di medici «con i piedi in due staffe, al servizio di due padroni», e di una misura che invade l'autonomia delle Regioni, interferisce su una materia contrattuale e privilegia pochi professionisti. Due deputati Fi, Palumbo e Massidda, definiscono «sterile» la polemica della Bindi, ma sottolineano uno dei punti della proposta che manda all'aria la legge in vigore: i medici che non hanno un rapporto di esclusiva, «possono accedere alla dirigenza». Non è una bella giornata nei rapporti governo-enti locali. In mattinata si è arrivati alla rottura con le Regioni al termine di un incontro «che non ha portato nessuna novità», come dice il presidente della Conferenza delle Regioni, Enzo Ghigo. Oggi a mezzogiorno e mezzo il bis. Ma «fino a che non ci saranno risposte le Regioni sospenderanno la partecipazione a tutti i tavoli negoziali», dice il presidente della Lombardia, Formigoni. «Tremonti non ha fatto altro che dirci che non ci sono soldi per colpa del Pil che cresce poco», svela Rita Lorenzetti, presidente dell'Umbria. Niente soldi per gli emedamenti che chiedono le Regioni su Sanità, sulle dotazioni finanziarie del pacchetto Bassanini, sull'Iva per i trasporti, sulla casa, passata alle Regioni senza risorse. Alla riunione a Palazzo Chigi c'era anche Storace, presidente del Lazio, che chiede al vicepresidente del Consiglio, Fini, di prendere «l'iniziativa per l'apertura di una discussione seria. L'inerzia, l'assenza di confronto, l'ineluttabilità, cominciano a diventare insostenibili». E Tremonti? Il ministro ostenta tranquillità. Alla fine di una giornata infernale se ne va a Porta a Porta per rassicurare gli italiani che le cose stanno andando benissimo. «Le pensioni? No, per ora non si toccano». «La Finanziaria? Va avanti come un treno, iL Parlamento la sta licenziando molto bene». «Il condono tombale? Non si può fare». E a chi chiede lumi sulle opere pubbliche rivela che alcune si pagano addirittura da sole: «In casi come il Passante di Mestre o le autostrade passerà un piccolo investimento dello Stato e il resto si ripagherà con i pedaggi». Intanto si preparano nuovi emendamenti, come quello sulle Fondazioni bancarie, che potrebbero ottenere anche il sì del governo, con smentita implicita del ministro dell'Economia che lo scorso anno sulla materia aveva avviato una riforma.di Alessandro Cecioni