Un testimone racconta l'antisemitismo all'italiana: «Passavo il tempo giocando a scacchi, poi la situazione precipitò» «Andammo là in taxi, il comandante era mio amico»


GROSSETO. «Andammo con una vettura da noleggio alcampo di concentramento per gli ebrei dove eravamo assegnati.La mia famiglia era sfollata sull'Amiata, e quandosapemmo che dovevamo essere internati, nessuno dinoi pensò al peggio. D'altra parte come potevamo pensarlo?I miei amici di Grosseto erano, molti, figli di fascisti, eio stesso avevo partecipato più volte, da avanguardista,alle parate in città, con tanto di divisa come quando vennein Maremma Starace, e ci si conosceva proprio tutti». Cesare Nunes aveva vent'annialla fine del 1943, quandoassieme al padre, alla madreed al fratello maggiore sipresentò, scendendo dal taxi,all'ingresso del campo appenafatto di Roccatederighi. Il comandante era un certoGaetano Rizziello: «Un amicodi famiglia, e mio fratello faceval'amore con sua figlia.Lo conoscevamo tanto beneche, quell'inverno, mio fratelloandò più di una volta a casadel comandante per ascoltareassieme, di nascosto percarità perchè era proibito,uno ebreo e l'altro fascista,Radio Londra ed essere cosìinformati di quel che succedeva».Per i grossetani quelcampo a Roccatederighi erasolo un posto dove venivanoraggruppati gli ebrei. Certo,la confisca dei beni, le notizieche qua e là trapelavano, eranotutt'altro che buone. Equello che si sentiva dire dagliebrei stranieri che, moltopiù numerosi dei grossetanierano nel campo, metteva ibrividi. «Ma il comandantedella milizia era un amico, efumavamo le sigarette a mezzo»,ricorda Nunes; e al campo«c'era anche un milite chefaceva l'amore con una ragazzainternata. Certo, eravamoprigionieri, ma quasi non cene accorgevamo. Pensa - ricordaancora Nunes - che lamattina io venivo mandato inpaese a comprare il latte. Avevoun milite di scorta, ma appenasi arrivava a Roccatederighigli davo i soldi per andareal caffè e lui mi aspettavalì, mentre io facevo un saltoda una ragazza. Poi tornavamoassieme al campo: io davanticon il latte, lui dietrocon il fucile». La vita scorreva senza scossenell'ex seminario trasformatoin prigione. «La mattina colazione conil caffè, all'una pranzo, la seracena, sempre nel refettorio,come fossimo in una caserma.E nel resto della giornatasi ammazzava il tempogiocando. Ero diventato tantobravo con gli scacchi chequando uscimmo non avevoavversari». Cesare si ferma,poi aggiunge: «Pensa che unavolta i francesi andarono perfinoa protestare perchè la pastaera poca...» Tutto questo perchè a farcila guardia - ricorda Nunes -non c'erano nazisti, ma militigrossetani, che alla fin finecon gli ebrei non ce l'avevanopiù di tanto. E forse ancheperchè - aggiunge - la presenzadel vescovo che venne adabitare nella casa accanto alcampo ci aiutò, e non poco». Sempre campo di internamentoera, però. Ed episodidolorosi non mancarono. «Da fuori le notizie che arrivavano,dai nuovi internati,dalla gente di Roccatederighi,dalle guardie stesse, eranotutt'altro che rassicuranti». E la situazione precipiò aprimavera, quando cominciaronole deportazioni versoFossoli. «Di scorta a quei camioncarichi di gente portatavia dal nostro campo c'eranosolo due, al massimo tre militi- ricorda Nunes - e io mi dicevoche sarebbe stato facilescappare, lungo la strada. Emi son sempre chiesto, dopo,perchè non ci abbiamo maiprovato». Fu in quelle occasioniche il comandante delcampo ed i militi salvaronogli amici dalla deportazione. «Mandarono via prima glistranieri e gli italiani di fuori- ricorda Nunes - in modo darinviare la partenza dei grossetani,sapendo che gli Alleatistavano per arrivare. Fu lanostra salvezza: quasi tutti coloroche partirono dal campo,infatti, sono andati incontroalla morte nei campi di sterminionazisti». (c.bott.)