Un'importante scoperta: il primo progetto politico vide la luce a Pisa, nel 1389, per opera di Pietro Gambacorti


PISA - Il primo progetto politico di unità d'Italia fu tentato a Pisa nel 1389, per opera di Pietro Gambacorti, quindi quasi cinque secoli prima della storica data del 1861. L'importante scoperta è contenuta in un libro «Sotto il cielo di Pisa, una città raccontata», di Alessandro Agostinelli e Daniele Luti. Il volume raccoglie oltre mille citazioni di circa 460 autori, italiani e stranieri, che hanno parlato della città della Torre pendente dalle origini a oggi. Il libro, appena uscito nelle librerie, pubblica il testo dell'atto solenne di tredici notari imperiali, rogato e firmato nel palazzo Gambacorti, oggi sede del Comune di Pisa, il 9 ottobre 1389. Si tratta di un accordo programmatico tra le maggiori città italiane (Milano, Mantova, Ravenna, Urbino, Forlì, Ferrara, Monforte, Lucca, Siena, Perugia, Bologna, Firenze, Pisa) che sanciva il tentativo di costruire una confederazione di stati che avrebbe potuto costituire la premessa concreta ad un'anticipata unità d'Italia. Il termine Italia deriva da una colonia della ex Magna Grecia, oggi localizzabile nella zona della Calabria intorno a Rossano Calabro (venne poi esteso a tutta la zona della penisola italica con lo sviluppo della latinità e quindi dell'Impero romano). Ma il termine Italia (con la qualità di concetto di realtà politica, culturale e territoriale) appare fin da subito nella nostra letteratura. Dante Alighieri nel VI canto del Purgatorio lamenta lo stato di degrado e i conflitti civici che nel periodo esistevano nel paese, riferendosi proprio all'Italia (Ahi serva Italia di dolore ostello). Tuttavia il sommo poeta, pur avendo questa visione generale riferita al suolo italico come centro dell'Impero universale (la monarchia assoluta), non può esprimere ancora un concetto definito di «nazione» poiché per lui lo stato è la città (nel suo caso Firenze). Diversamente Francesco Petrarca individua un nuovo concetto di Italia, come comune sentire storico-culturale e come congregazione di piccoli stati e di città importanti, avviandosi verso una descrizione dell'Italia più prossima al nostro modo di intenderla. Nella storia letteraria successiva a Petrarca, i riferimenti all'Italia come nazione sono molteplici, da Machiavelli e Vittorio Alfieri, da Ugo Foscolo a Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni. Politicamente l'unità d'Italia avviene nel 1861, mentre la fine del potere temporale del papato si verifica il 20 settembre 1870. In realtà il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige vengono a far parte dell'Italia dopo la prima guerra mondiale. Da tutto ciò si evince che il progetto politico (datato 1389) del signore di Pisa, Pietro Gambacorti, per la confederazione degli stati italici, è una lungimirante anticipazione (concreta e non letteraria o culturale) di una sorta di unità d'Italia. Infatti il Gambacorti auspicava non solo un'unità temporanea per interessi politici e commerciali, ma un futuro modo di gestire comunemente la politica estera dei numerosi stati-città italici. Può essere dunque questa la prova dell'esistenza di un'unità d'Italia precedente a quella che conosciamo? Pare proprio di sì. Merita anche dare qualche notizia su Pietro Gambacorti, che fu signore di Pisa dal 1369 al 1392. La sua politica di accordo col governo fiorentino provocò una rivolta interna, guidata da Jacopo d'Appiano, fautore di Giangaleazzo Visconti. Pietro e i figli Benedetto e Lorenzo furono uccisi, mentre Lotto, arcivescovo di Pisa e Gherardo, signore di Val di Bagno, furono costretti all'esilio. «Che i confederati _ si legge nell'atto solenne firmato a Pisa nel 1389 _ dovessero pubblicamente e fra di loro difendersi dagli attacchi estranei. Che nessuno degli aderenti potesse muover guerra ad alcuno senza il consenso degli altri... Che vi fosse libertà di commercio, di trasporto e di traffico di viveri e merci, sì per terra che per fiumi in tutti luoghi dei confederati... Che nessuno per l'avvenire dovesse più avvalersi delle Compagnie di Ventura, meritevoli di essere respinte come quelle che avevano tutto l'interesse di far nascere inimicizie fra vicine città, per prestar poi la loro opera mercenaria al maggior offerente; a tale effetto si impegnavano gli aderenti di tener pronte sempre 1075 lance».

Marco Barabotti