Ma c'è chi pensava che il «cervello» del sequestro fosse ancora in Toscana Un sequestro lungo otto mesi Dall'odissea di Soffiantini alla caccia all'uomo in diretta tv


FIRENZE - L'irruzione nella villa di Manerbio dell'imprenditore Giuseppe Soffiantini avvenne di sera. Gli uomini della banda di Mario Moro, sardo trapiantato in Romagna (morto in carcere dopo la sparatoria di Riofreddo in provincia dell'Aquila), esperti in rapine, bloccano lui e la moglie. La donna viene imbavagliata e legata. Prima di fuggire con l'ostaggio uno dei banditi si volta e dice: «Stai tranquilla te lo ridiamo». E' iniziato così il sequestro di uno dei magnati del settore tessile, imprese in mezza Italia, una anche in Sardegna, durato per otto mesi, fino al 9 febbraio scorso. Quella notte i carcerieri dell'imprenditore, Giovanni Farina, emigrato con i genitori in Toscana a Prato all'eta di cinque anni, e Attilio Cubeddu, di Arzana, manovale dei sequestri, entrambi evasi dopo un permesso premio (Farina nel dicembre del 1996), liberano l'imprenditore alle porte di Firenze, a Tavernuzze. Era l'ultima di una lunga sequela di sfide. L'ostaggio ventiquattro ore dopo il rapimento passa nelle mani dei boss dell'anonima sarda. Alle porte di Arezzo dopo un viaggio nel portabagli di una macchina Soffiantini viene preso in consegna dall'ex primula rossa dei rapimenti e dal suo braccio destro. Farina e Cubeddu conoscono la Toscana come le loro tasche. Hanno già gestito sequestrati, conoscono ogni anfratto, ogni piega del terreno da Livorno (zona di Cubeddu) alla provincia di Pisa (Volterra), di Siena (Montalcino) e di Grosseto, zone dove Farina ha appoggi, parenti, collegamenti. Il primo covo dell'imprenditore è una capanna, costruita nei boschi di Montalcino, una zona a metà strada tra Grosseto e Siena. Il covo, dirà Mario Moro pentitosi dopo il ferimento avvenuto il 18 ottobre, era già pronto per ospitare l'imprenditore Elio Sardelli, il cui tentativo di sequestro fallì il 7 gennaio del 1997. Un telone attaccato ad un grosso albero, in una zona impervia, e a poca distanza un'altra tenda che proteggeva i carcerieri. Soffiantini rimane in quel ricovero per almeno un mese prima di essere trasferito nuovamente e di arrivare in Calvana, i monti di Prato. E' dicembre. La banda di Mario Moro è decimata, gli uomini dello Sco e della Criminalpol di Firenze, grazie a intercettazioni telefoniche sul cellulare in uso a Moro ma anche grazie a una serie di controlli sulle cabine telefoniche lungo le autostrade Abruzzesi, riescono a intercettare la banda. Moro, Osvaldo Broccoli, Sergio, vengono catturati il giorno successivo la sparatoria di Riofreddo dove muore l'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni. Per arrivare al gruppo di fuoco è fondamentale la collaborazione di Agostino Mastio, pastore sardo che vive nel Grossetano, amico di Farina. Impossibile per i carcerieri continuare a gestire l'ostaggio a Montalcino. E' necessario individuare una zona meno rischiosa. Farina decide di tornare a casa, a Prato. Un po' a piedi, un po' in auto l'ostaggio viene trasferito. Il covo sui monti di Prato è già pronto, da tempo. Si tratta di una capanna di rovi, con più stanze, ampia, riparata dal freddo. Impossibile da individuare all'esterno. Farina e Cubeddu vivono lì, a poca distanza. Hanno la possibilità di usufruire di un ovile, di grotte. Ricerche e battute continuano incessantemente. Il nucleo di crisi in un primo monmento viene allestito nella questura di Grosseto. E' il periodo delle grandi manovre davanti alle telecamere televisive che non porterà ad alcun risultato. Poi il bunker dei superpoliziotti si sposta a Firenze. La Calvana viene battuta dalle squadriglie antisequestro palmo a palmo per settimane. Nulla. Farina, Cubeddu e il loro ostaggio non si trovano. La certezza sulla localizzazione dei carcerieri viene quando i magistrati di Brescia decidono di procedere al pagamento controllato del riscatto. L'emissario della famiglia Soffiantini segue le indicazioni dei banditi che lo portano dopo un giro lungo e tortuoso a pochi chilometri da Vaiano. I cinque miliardi in dollari vengono consegnati a due individui armati la notte tra il due e il tre febbraio. Dopo sei giorni l'imprenditore è libero. Parte la caccia all'uomo. Farina e Cubeddu vengono avvistati qualche settimana dopo nei boschi sopra Prato. La squadriglia li vede nella boscaglia grazie ai raggi infrarossi. Uno è armato di un kalashnikov, ha la barba. E' Farina. Fugge assieme all'amico. Le ricerche proseguono sul monte Giovi oltre Firenze. Poi le indicazioni tornano nel sud della Toscana, di nuovo in provincia di Grosseto. Tutti erano certi fosse lì. Anche ora.

Cristina Orsini