Approdano al Latino Americano le lettere bagnate dei migranti

Federica GregoriConcorso al 37° Festival del Cinema Ibero-Latino Americano di Trieste non significa solo selezione ufficiale: sono 15 le opere provenienti da America Latina e Spagna ad animare l'altra competizione, quella di Contemporanea Concorso. Sezione che oggi alle 16 in sala Birri, il ridottino del Teatro Miela, presenta un documentario spagnolo di grande potenza: si apre su una distesa arancione di cumuli di giubbotti di sicurezza "Cartas mojadas" di Paula Palacio, che racconta con asciuttezza e equilibrio ma anche cruda asprezza la più grande tragedia in atto, la migrazione nel Mediterraneo, e chi, come Open Arms, salva vite altrimenti destinate alle profondità del mare. Il pretesto sono proprio queste "Lettere bagnate", idealmente scritte da madri separate e ricongiunte alla famiglia o che non hanno mai rivisto i figli, per raccontare i cosiddetti "viaggi della speranza", in realtà incubi a occhi aperti. Anche se Palacio fa di più, spaziando alla Libia, centro di maltrattamenti e torture, e alla tanto agognata Europa: l'autrice fotografa le dure condizioni di vita di alcuni migranti in una gelida Parigi dove, sembra, la già spaventosa via crucis non trova ancora una fine. Ma non c'è accusa ai governi, né prese di posizione: Palacio lascia semplicemente parlare la cinepresa seguendo il salvataggio di 550 persone in una delle imprese di Open Arms più drammatiche, mettendo in scena con accuratezza e sensibilità ciò che sta realmente accadendo in mare e, insieme, una società che continua a girarsi dall'altra parte. Ne esce uno straziante documento di non facile visione. Come ha osservato la critica spagnola, il film «è molto più di un cinema di denuncia: è un appello di soccorso affinché l'Umanità (e l'umanità) non vada in malora». "Cartas mojadas" ha valso a Palacio una nomination ai Goya, Platino e Forqué nel 2021, e ha vinto il Premio del Pubblico al Festival del Cine di Malaga. Cambiando radicalmente tono, sono entrambi a Trieste due protagonisti del programma odierno che introdurranno, stasera in Sala Grande del Miela, i loro rispettivi film al pubblico. Non è un regista qualunque ma il vincitore dell'Orso d'argento per la migliore interpretazione maschile alla Berlinale 2007, per il ruolo di un avvocato in fuga e in crisi d'identità di "El otro", di Ariel Rotter. Dall'Argentina arriva il popolare attore, anche apprezzato regista teatrale, Julio Chávez, che alle 21 presenterà il suo primo film dietro la macchina da presa: "Cuando la miro", una dichiarazione d'amore filiale verso la propria madre. Un ruolo «cui si è preparato da tutta la vita», che parte dallo stratagemma dello stesso Chávez nei panni di un artista che vuole realizzare un'intervista filmata alla mamma (Marilú Marini). Man mano che il dialogo si dipanerà davanti alla cinepresa, verranno alla luce segreti che entrambi han tenuto nascosti, in un esercizio che fonde finzione e documentario. Potrebbe richiamare il sodalizio filosofico-musicale tra Manlio Sgalambro e Franco Battiato, se non fosse che qui i vessilli sono il rock, la poesia e la resistenza. Punta su questo mix il cileno Jael Valdivia nel suo "Zurita y los asistentes", alle 22.50, raccontando il bizzarro connubio che lega Raúl Zurita, il poeta cileno vivente più noto, alla band González y Los Assistencias. Nonostante il Parkinson che lo mina, l'indomito Zurita, oggi 72enne, ha proposto come nuova sfida i suoi versi al gruppo: nel corso di cinque anni Valdivia ha così registrato prove, backstage, live in bar, festival e teatri raccontando sessioni poetico-rock che hanno trasformato un contemplativo letterato in magnetico rocker. --