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Il draghicidio è avvenuto per mano di molti congiurati. Il protagonista non è stato soltanto il solito Giuseppe Conte, che ha avviato un'operazione politica speciale senza potersene alla fine intestare il merito. Conte ha spalancato le porte a Silvio Berlusconi e a Matteo Salvini, altrettanto colpevoli quanto il leader del M5s di aver affossato il governo Draghi. Il cosiddetto centrodestra di governo, in realtà assai simile a quello di opposizione, ha scelto di aprire anzitempo la campagna elettorale e regalare spazi incredibili a Giorgia Meloni, che da tempo beneficia della sua posizione di leader in pectore dei conservatori svettando nei sondaggi. È dunque caduto nel vuoto l'appello di Draghi nell'aula del Senato, mercoledì: «Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito? Siamo qui, in quest'aula, oggi, a questo punto della discussione, perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto. La risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani». Non erano pronti, no, questi leader di partito molto attenti al proprio particulare e irritati, così continuano a ripetere ancora in queste ore, dalle parole di Draghi al Senato. Vogliamo credere che il presidente del Consiglio sapesse - contrariamente a quanto sostiene qualcuno che parla di eccesso di ingenuità politica - che cosa stava facendo quando ha scelto di attaccare Cinque stelle e centrodestra (quest'ultimo assai attento alle istanze di tassisti e balneari). Dunque, il capo del governo dimissionario ha consapevolmente scelto di mettere diversi paletti per non ricevere ricatti da parte dei partiti; la risposta è stata terribile, incurante delle esigenze del Paese, che rischia fra le altre cose di perdere i denari del Pnrr: i senatori di M5S, Forza Italia e Lega non hanno nemmeno avuto il coraggio di votare contro. La legislatura cominciata con il governo gialloverde dunque termina anzitempo per mano di Conte e Salvini. Non è chiaro quando si voterà, forse persino a settembre (ieri circolava l'ipotesi della data del 18 o del 25). Nel frattempo la campagna elettorale d'estate è già iniziata. Le liste presentate in agosto, le strategie da ridefinire in poche settimane. Tutto avverrà velocemente. Viene quindi da chiedersi che cosa accadrà negli schieramenti. Il Pd continuerà a insistere nel campo largo, come qualche spensierato dirigente del Nazareno sembra suggerire? Enrico Letta all'assemblea dei gruppi parlamentari ha detto che "lo scenario è totalmente modificato" e i Democratici "devono concentrarsi su quello che siamo noi, a partire da quello che siamo noi". Giova ricordare tuttavia che se il M5s ha avuto agibilità politica è proprio grazie al Pd e a tutti i teorici della "casa comune" (da Goffredo Bettini a Dario Franceschini). Quanto al centrodestra, dobbiamo registrare che ormai è in appalto a neopopulisti e sovranisti. Certo vedere Forza Italia al rimorchio dell'ala dura del conservatorismo ci fa porre qualche domanda sulla tenuta dei berlusconiani alle prossime elezioni politiche. Forza Italia ha retto bene alla perdita di centralità politica, alle difficoltà di una leadership ormai consunta. Ma solo perché faceva parte di un governo come questo. C'è un elettorato moderato in libera uscita, che non accetterà di morire salviniano o meloniano. C'è insomma spazio per un centro politico, che potrebbe peraltro rivendicare le scelte politiche di Draghi e costruire attorno a esse un programma politico, senza però coinvolgere direttamente l'ex capo della Bce (che non è Mario Monti). Da Matteo Renzi a Carlo Calenda, che però hanno qualche problema di compatibilità reciproca. Per questo, alla fine, alle prossime elezioni potrebbe andare in scena, ancorché a distanza, il duello Meloni-Draghi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA