Trattato di consolazione per imparare a vivere al fianco dei nostri morti

Fabio Dorigo«Se la morte non esistesse la vita perderebbe il suo carattere comico» scrive Romain Gary. E Delphine Horvellieur, professione rabbina, lo mette in testa al suo ultimo libro "Piccolo trattato di consolazione. Vivere con i nostri morti" (Einaudi, pagg. 158, euro 16,50). Horvilleur, nata a Nancy in Francia nel 1974, fa parte della corrente liberale dell'ebraismo ed è una della rare rabbine francesi. Attualmente esercita nella sinagoga Beaugrenelle di Parigi. In questo suo ruolo a che fare quotidianamente con la morte. In un modo quasi comico: «La scena è ormai talmente rituale che i miei amici mi prendono in giro. Spesso quando si fanno vivi per prima cosa mi chiedono scherzando chi e morto oggi e come va la vita al cimitero». La prossimità con morte richiede delle contromisure. «Di ritorno dal cimitero, ad esempio, non rientro mai a casa - racconta -. Dopo una sepoltura mi impongo sempre una deviazione per un caffè, un salto in un negozio. Creo una barriera simbolica fra la morte e casa mia. Di portarla con me non se ne parla nemmeno. Devo a tutti i costi seminarla, lasciarla altrove, accanto a una tazza di caffè, in un museo o un camerino, e accertarmi dunque che abbia perso le mie tracce e che, soprattutto, non conosca il mio indirizzo». Nel "Piccolo trattato di consolazione" Horvilleur racconta una parte importante della sua attività di rabbina: aiutare nel lutto, al cimitero, i familiari delle persone appena decedute, facendo uso delle parole pescate dalla sapienza dell'ebraismo. Un modo "per non lasciare l'ultima parola alla morte". Nell'insegnare come convivere con i morti Delphine Horvilleur scrive un inno alla vita. Nel libro c'è anche uno spazio dedicato al Covid che ha sconvolto le nostre esistenze e reso familiare la "sorella morte sorella morte corporale, dalla quale nessun essere umano può scappare". «Nel 2020 l'angelo della morte ha deciso di venirci a trovare un po' dappertutto, di bussare alla porta di ogni continente, ai quattro angoli del mondo - scrive -. La pandemia ha stravolto i riti funebri e la condivisione del lutto. Un giorno, all'inizio del lockdown, mi chiamò una famiglia. Erano al cimitero, davanti alla bara del padre, senza nessuno accanto a loro. Per la prima volta in vita mia ho guidato un funerale dal salotto di casa per una famiglia che non avevo mai visto in faccia». Anni prima c'era sta invece la morte violenta di Elsa Cayat, la "psicanalista" della rivista Charlie Hebdo. «È il 15 gennaio del 2015. È mezzogiorno, una folla immensa sta già aspettando all'ingresso del cimitero di Montparnasse. Non vola una mosca. Le nostre voci ammutolite traducono il silenzio sgomento di un'intera nazione». Nell'attentato terroristico avvenuto il 7 gennaio 2015 a Parigi, contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, sono state assassinate dodici persone. La rabbina ricorda che è il Dio del Talmud ad aver detto: "Che fatica essere benvoluti da degli stupidi". «Si saranno resi conto dell'osceno paradosso insito nel loro gesto omicida, quegli assassini? La loro fede in un Dio assetato di vendetta e impermalosito rappresenta una gigantesca blasfemia? Quale "grande" Dio diventa così meschinamente "piccolo" da aver bisogno che degli uomini tutelino il suo onore? Pensare che Dio si offenda per essere canzonato non è forse la peggior profanazione possibile?».Il senso dell'umorismo è divino. Racconta Horvilleur: «Fu così che riuscimmo a piangere insieme quella mattina a Montparnasse, a gridare il nostro dolore e dar prova di spirito, dal profondo della nostra disperazione».--