Senza Titolo

Patrizia FerialdiNato sotto la buona stella dell'incondizionato favore del pubblico ottenuto sin dal debutto avvenuto il 3 gennaio 1843 al Théâtre des Italiens di Parigi nonché del consenso critico che, all'unanimità, lo definì da subito un capolavoro assoluto, "Don Pasquale" è uno dei titoli di punta nel corpus di Gaetano Donizetti e una delle pietre miliari nella storia dell'opera buffa. Perciò potrebbe sembrare scontato che, anche ai nostri giorni, inserire il titolo in cartellone sia sufficiente a garantirne il successo ma in realtà non è così perché, in assenza di originalità registica, ci vuole poco a offuscare la bellezza di arie duetti e concertati racchiusi nella partitura con la polvere della cosiddetta tradizione.Fortunatamente un timore infondato nel caso del nuovo "Don Pasquale" in programma al Teatro Verdi, andato in scena l'altra sera nell'allestimento della Fondazione Teatro Comunale di Bologna con le scene e costumi di Davide Amadei e l'azzeccata regia di Gianni Marras, che ambienta la vicenda nella Roma anni '60 attingendo a piene mani alle suggestioni e ai caratteri della commedia all'italiana.L'impianto scenico è d'impronta fumettistica, con i disegni della casa, del giardino, del Colosseo e del Pantheon che sembrano usciti dalla matita di Roy Lichtenstein. Si sfogliano le pagine della vicenda ed ecco che, come in un film, Norina e Malatesta se ne vanno via sulla Vespa in stile "Vacanze romane" e una procace sagoma di pin-up strizza l'occhio, nelle forme e nella posa, alla Ekberg di "Boccaccio '70". E poi ancora spazio a figure e oggetti cult dell'Italia del boom come Jurij Gagarin e la sua tuta da astronauta indossata da Ernesto, il ciuffo di Little Tony che canta "Cuore matto", i 45 giri, i fotoromanzi, le mises di Audrey Hepburn e Jackie Kennedy, la fuoriserie lilla e il barboncino bianco di Norina che fanno status symbol nell'Italia del boom economico.Costumi coloratissimi e accurato gioco di luci contribuiscono alla realizzazione di uno spettacolo originale, frizzante e divertente, in una parola delizioso, grazie anche alla perfetta resa scenica dei cantanti. Sono tutti spigliati e disinvolti, ben disposti a mettersi in gioco, forti di un'innata vis comica che porta valore aggiunto alla definizione dei personaggi e all'amalgama in palcoscenico. Il loro è un divertimento autentico e genuino e questo fa sì che anche il pubblico ne sia pienamente coinvolto. E la resa vocale non è da meno, supportata dalla direzione precisa di Roberto Gianola, attento a sostenere tempi e respiri dell'opera buffa con un suono orchestrale terso e luminoso, realizzato in funzione del canto, che solo nei recitativi alle volte sconta un eccesso di sonorità.Pablo Ruiz presta a Don Pasquale una voce di basso-baritono morbida e flessibile, risultando convincente tanto nei ripiegamenti elegiaci quanto nel canto sillabato, così come voce e figura giuste per Malatesta possiede Vincenzo Nizzardo, baritono dal timbro un po' metallico ma dalla linea di canto espressiva e sicura. Il soprano albanese Nina Muho, debuttante nel ruolo, è una Norina vivace e arguta che padroneggia con naturalezza soprattutto il settore acuto e le agilità mentre Antonino Siragusa si riconferma ancora una volta belcantista di prim'ordine nella parte di Ernesto, vocalità da tenore leggero plasmata su tessiture acutissime che il tenore siciliano domina con nonchalance e assoluta sicurezza. Corretto il Notaro di Armando Badia e spumeggiante l'intervento nel terzo atto del Coro, preparato impeccabilmente come sempre da Paolo Longo. Menzione speciale al mimo-trasformista Daniele Palumbo, maggiordomo sarto coiffeur vigile postino a seconda delle necessità ma sempre con comica eleganza. Meritato successo e prolungati applausi per tutti, con punte di entusiasmo anche per Gianni Marras, artefice di uno spettacolo da non perdere assolutamente. --