Chi guadagna dall'accordo italo-francese

Mentre il virus minaccia una quarta ondata, Macron e Draghi firmano un trattato da loro stessi definito storico. E forse, al netto dell'enfasi da cerimonia, storico lo è davvero. Ma di sicuro, ironia della sorte, della pandemia è figlio: perché da soli non si vince né contro la malattia né contro le crisi. Certo, è presto per un giudizio meditato. Ma alcuni punti sembrano acquisiti. I sorrisi e le strette di mano confermano che si intende affrontare insieme il presente e il domani: il Covid non si ferma; l'ondata migratoria nemmeno, come il dramma in Polonia e sulla Manica confermano; la salvezza dell'ambiente è un'assoluta priorità che è velleitario inseguire da soli; le turbolenze, commerciali e non solo, di Russia e Cina prefigurano una nuova guerra fredda che rende sempre più necessaria, pur nella fedeltà alla Nato, una difesa comune europea; sia Macron che Draghi giudicano infine «indispensabile» rivedere il patto di stabilità, cambiare quei vincoli di bilancio il cui congelamento in questi due anni ha consentito di affrontare la crisi con le giuste munizioni.E qui sta il nocciolo politico della questione. L'asse franco-tedesco, mai messo in discussione, resta il perno della costruzione europea, ma l'uscita di scena di Angela Merkel, e un nuovo governo a Berlino in cui spicca come ministro delle Finanze il falco Christian Lindner, rendono il trattato franco-italiano molto importante. Un precedente lo conferma: fu proprio l'alleanza tra Monti e Hollande, dieci anni fa, a convincere la cancelliera ad accettare il massiccio intervento della Bce di Draghi a difesa dell'euro. E presto potrebbe essere necessario pronunciare altri "whatever it takes"... Insomma, s'intravede un'Europa più coesa sulla quale il vento sovranista non soffia più come prima. Lo confermano i silenzi o gli applausi con i quali Meloni e Salvini hanno salutato la firma.Ma non mancano le ombre. La Francia di Macron è ora molto più forte potendo disporre di due forni. Il bilancio economico-finanziario, poi, è tutto a suo vantaggio: se oggi si discute del futuro di Tim a controllo francese, ieri c'è stata la conquista della Parmalat, della Bnl, di Cariparma, della moda, ma guai se Fincantieri si azzarda a mettere le mani sui cantieri navali di Saint Nazaire... Però, se dieci anni fa Sarkozy bombardava la Libia cara all'Italia, se solo due anni fa la Francia chiudeva le frontiere di Ventimiglia e Luigi Di Maio si affrettava a dare il suo sostegno ai gilet gialli, oggi - grazie anche alla paziente mediazione di Sergio Mattarella: e c'è chi dice che dal Quirinale non si governa... - sembrano superate tensioni e incomprensioni.Sarebbe però sbagliato illudersi che con la firma tutto sia finito. Sull'accordo, infatti, pesano grandi incognite. La prima sarà il confronto con gli altri paesi d'Europa chiamati a ratificare l'accordo. Poi la Francia andrà al voto e Macron se la dovrà vedere con rigurgiti di sovranismo, sopiti sì, ma sempre presenti nel dna francese. Prima ancora si sceglierà il successore di Mattarella e sarà in gioco il destino di Mario Draghi. Le carte sono tutte sul tavolo. Molte sono vincenti. L'importante sarà giocarsele bene. --© RIPRODUZIONE RISERVATA