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Laura Borsani / gradiscaConteggi "inattendibili" sono stati alla base dell'indagine prodotta dalla Guardia di Finanza di Tarcento, nell'ambito del processo a carico di 11 imputati, assieme al Consorzio Connecting People (poi diventato Aretè), gestore all'epoca dei Centri per gli immigrati di Gradisca d'Isonzo, Cie e Cara. Il Collegio del Tribunale di Gorizia, presieduto da Cristina Arban, a latere Sergio Antonio Prestianni e Francesca De Mitri, motiva in questi termini la sentenza pronunciata lo scorso 17 giugno: «All'esito di una lunga e complessa istruttoria dibattimentale, connotata da una copiosa produzione documentale, nonché segnata da plurime modifiche della composizione del Collegio giudicante, si ritiene non raggiunto il grado di certezza necessario e sufficiente per poter affermare la responsabilità penale degli imputati, con la conseguenza che devono essere assolti per tutti i reati loro ascritti, perché il fatto non sussiste. Ne consegue la dichiarazione di insussistenza degli illeciti amministrativi ascritti all'ente Connecting People». Nulla di fatto, dunque, dopo oltre 40 udienze di un processo complesso e articolato fin dalle prime battute, frutto di tre procedimenti riuniti, caratterizzato poi da stralci, sentenze di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, o restituzione di atti al pubblico ministero. Undici imputati tenuti "sotto scacco" per lungo tempo, per i quali le accuse sono crollate. Ma l'imponente procedimento ha tenuto "sotto scacco" anche rappresentanti dello Stato e funzionari, fino a quando la Procura generale non aveva avocato a sè il procedimento della Procura goriziana, all'insegna dell'archiviazione. Archiviate le posizioni dell'attuale prefetto di Venezia, Vittorio Zappalorto, dei vice prefetti Gloria Sandra Allegretto e Antonio Spoldi. Archiviazione, in un percorso separato, anche per i prefetti Maria Augusta Marrosu e Romano Fusco. Zappalorto, già peraltro prefetto anche di Udine, ha sottolineato la volontà di "riscattare" i danni subiti: «Per due anni ho subito accuse infamanti», ha osservato, pronto a richiedere risarcimento alla Guardia di Finanza di Tarcento, valutando un'ulteriore denuncia sotto il profilo penale, e a investire gli organi della magistratura circa l'operato del sostituto procuratore Valentina Bossi e del procuratore capo Massimo Lia. Il prefetto ha affermato: «Le motivazioni alla sentenza confermano assieme all'approssimazione delle indagini della Guardia di Finanza, la mancanza di ogni vaglio da parte del sostituto procuratore che ha coordinato le indagini, nè lo ha fatto il procuratore capo».Nessuna responsabilità, dunque, in ordine ai reati contestati dalla Procura goriziana, ossia, l'associazione a delinquere e la frode in pubbliche forniture, oltre a fatturazioni "gonfiate", ricondotte all'attività di accoglienza. Le indagini erano partite a seguito di episodi di rivolta dei migranti e di segnalazioni circa mancate assegnazioni di beni e servizi nei Centri. Per il Cie le indagini si riferivano al periodo marzo 2008-luglio 2011, per il Cara marzo 2009-dicembre 2010. Nel procedimento il reato di associazione a delinquere era stato contestato in due distinti capi di imputazione, l'uno chiamando in causa i "capi promotori e organizzatori" individuati dall'accusa negli imputati Vittorio Isoldi, Mauro Maurino, Orazio Micalizzi e Giuseppe Scozzari, tutti soggetti interni alla Connecting People, e Gian Franco Crisci, allora legale rappresentante di una ditta fornitrice dei pasti presso il Centro, l'altro la partecipazione degli altri sei imputati (Stefania Acquaviva, Flavjo Bello, Diego Bezzi, Gianluca Negro, Giovanni Scardina, Pietro Chiaro). I giudici reputano invece che «la contestazione debba considerarsi unitaria, in quanto riferita agli stessi fatti di reato», eliminando pertanto la distinzione. Il sodalizio, ragionano i giudici, avrebbe dovuto riguardare la creazione di un sistema stabile per ottenere dalla Prefettura di Gorizia corrispettivi maggiori rispetto a quelli dovuti, in base alla convenzioni che erano state stipulate per il Cie il 10 marzo 2008 e per il Cara il 31 marzo 2009. Reati non provati. Come sono inattendibili i dati in ordine alle effettive presenze ai Centri. Qui i giudici partono da una considerazione: al Consorzio Connecting People facevano capo le spese di erogazione di beni e servizi anche di una terza struttura, il Centro per l'Accoglienza (Cpa) per un certo periodo, tra marzo 2008 e maggio 2009, spese fatturate ma non considerate dalla Gdf di Tarcento. Nè sono stati conteggiati gli immigrati presenti al Cara prima della stipula della relativa convenzione con la Prefettura. Con ciò evidentemente sfalsando i numeri.Il Collegio analizza il metodo seguito dalla Procura nella quantificazione delle presenze ai Centri, effettuata con modalità diverse. Per il Cie ha fatto fede l'archivio cartaceo dell'Ufficio immigrazione della Questura presso la struttura di Gradisca, considerati l'incompleto registro delle presenze tenuto dalla Cp (pur avendone l'obbligo da convenzione) e l'inattendibilità dei mattinali redatti dalla Polizia, destinati solo a fini statistici. La Gdf si era avvalsa di complessi calcoli e confronti per tirare le somme. Quanto al Cara, in assenza di un elenco completo degli ospiti, erano state vagliate le schede riguardanti le consegne del cosiddetto pocket money, il buono economico previsto per gli immigrati. Modalità non ritenute valide dal Collegio, che ha anche rilevato: «Nel corso del dibattimento le difese hanno indicato una serie di nominativi che non compaiono nell'elenco elaborato dalla Polizia giudiziaria (la Gdf di Tarcento, ndr), pur avendo soggiornato nei Centri». Altra argomentazione: «Il conteggio della Procura è talmente lontano dal dato reale ed effettivo che fa venire meno il presupposto necessario e imprescindibile per ritenere provate ipotesi delittuose contestate, quali la frode in pubbliche forniture e la truffa aggravata ai danni dello Stato», quest'ultima andata prescritta ma considerata dai giudici ai fini della prova circa l'associazione a delinquere. E ancora, non tornano i calcoli circa i beni acquistati dalla Cp e destinati agli immigrati. In sostanza, per i giudici, la Procura, attraverso la Gdf, non ha conteggiato tutte le fatture emesse dall'ente consortile riguardanti le schede telefoniche, le bottiglie d'acqua e le sigarette. Anche in questo caso, la Procura «pare non aver tenuto conto di una serie di fatture prodotte dalla difesa».--