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Laura BorsaniLe opere proposte per la realizzazione del Centro culturale all'ex Hardi Discount in via Primo Maggio non sono conformi alle norme in materia di edilizia. Il riferimento è in particolare alla sicurezza e alla staticità della struttura soggetta agli interventi. Pertanto lo "stop" ai lavori disposto dall'amministrazione comunale con specifica determina dirigenziale (7 maggio 2018), è corretto. La sentenza del Consiglio di Stato pone la pietra tombale sulla lunga vicenda giudiziaria amministrativa, a favore del Comune. La Sesta sezione, presieduta da Giancarlo Montedoro, ha infatti riformato la sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia (2 ottobre 2019) rigettando il ricorso presentato dal soggetto proponente che intendeva costruire il Centro culturale, il quale è stato condannato a rifondere le spese legali del doppio grado di giudizio, liquidate in 3 mila euro.Il Consiglio di Stato ha quindi dato ragione al Comune. La sentenza va oltre facendo riferimento al «principio di prudenza» non avendo consentito l'avvio delle opere, «a prescindere dalla stessa natura degli interventi», anche non strutturali e comunque accertati dalla Sesta sezione. Il Tar aveva sostenuto diversamente parlando invece di un «potere di controllo da parte del Comune sconfinato nell'eccesso illegittimo», e di un provvedimento contenente «un'affermazione con intenzionale valenza ostativa». Come a dire: eccesso di potere e impedimento intenzionale sarebbe stata l'azione del Comune.Il Consiglio di Stato nel passaggio della sentenza così recita: «Si presenta contrario alle norme in materia di edilizia ed al generale principio di prudenza consentire la realizzazione di opere, anche di modesta natura, su una struttura che non ha ancora completato il percorso di agibilità». E le opere in questione riguardano profili «di sicuro rilievo legati alla sicurezza e alla statica dell'edificio».Durante la verifica istruttoria eseguita dal Comune, non erano stati presentati la certificazione di agibilità, l'asseverazione sulla sicurezza e idoneità statica in ordine alla nuova destinazione d'uso. La parte proponente aveva dichiarato agli uffici comunali che gli interventi da realizzare erano strutturali facendo riferimento alla legge regionale (16/2009) ed al regolamento di attuazione in fatto di costruzioni in zona sismica, per poi comunicare il 26 aprile 2018 l'avvio dei lavori. Con il Comune dunque a vietarne l'esecuzione il 7 maggio successivo.Da qui il ricorso al Tar della controparte che aveva incassato l'esito positivo. Quindi l'appello dell'ente locale che aveva ritenuto «erronea la ricostruzione normativa e fattuale espressa dal primo giudice, giunto a conclusioni contraddittorie, illogiche e comunque non corrispondenti alle previsioni normative applicabili» nel caso specifico. Sta di fatto che le opere in questione, dice il Consiglio di Stato, sono «illegittime».A dar conto della sentenza è stato ieri il sindaco Anna Maria Cisint, difeso dall'avvocato Teresa Billiani, che ha rappresentato il Comune in questa "maratona" processuale. Cisint ha sottolineato: «La moschea a Monfalcone non si farà. È stata ristabilita la dignità dell'attività amministrativa comunale. Il principio è la parità dei cittadini nell'ambito dei rapporti con la pubblica amministrazione. Gli interventi sugli immobili devono seguire le procedure in modo puntuale e preciso, deve valere per tutti. È stato affermato un conseguente principio: il Comune ha ragione perché il soggetto proponente ha sbagliato».L'avvocato Billiani da parte sua ha affermato: «Il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza granitica accertando la legittimità tecnica e giuridica dell'operato degli uffici e dell'amministrazione comunali. La struttura era stata dichiarata inagibile, pertanto l'istruttoria eseguita e il divieto imposto sono stati corretti e rigorosi. Tale pronuncia è a tutti gli effetti esemplare, sottolineando la valenza del principio generale di prudenza in materia edilizia».--© RIPRODUZIONE RISERVATA