La politica converge: «Garantire gli operai»

Il centrodestra rivendica il futuro spegnimento dell'area a caldo, ma mette le mani avanti sui tempi per la firma dell'Accordo di programma. Il M5s di dubbi invece ne ha ben pochi, mentre il Pd sottolinea i rischi occupazionali e richiama i propri meriti per aver creato le precondizioni per la riconversione della Ferriera. Dalle parti della giunta regionale il governatore Massimiliano Fedriga preferisce attendere in silenzio il pronunciamento dei lavoratori e tocca agli assessori Fabio Scoccimarro e Alessia Rosolen intervenire alla vigilia dell'assemblea dei dipendenti. Il responsabile dell'Ambiente Scoccimarro lo fa ricordando che «abbiamo applicato il programma elettorale e, dopo un incontro ruvido con la proprietà, abbiamo iniziato il percorso sfociato nello scambio di lettere del 28 e 29 agosto. L'Accordo di programma è diventato possibile in quel momento: non ho dato un ultimatum ma ho chiesto una riconversione soft, indicando sempre lo spegnimento dell'area a caldo nel 2022». Lo Scoccimarro arrembante della prima fase di trattativa si fa prudente: «Ora si pone il problema ancor più serio del futuro dei lavoratori. Proprietà e istituzioni si sono impegnate per un'operazione a zero esuberi: serve attenta valutazione delle singole fasi, mediando fra i tempi della burocrazia romana, le esigenze di rapidità dell'azienda e il diritto dei lavoratori a mantenere il posto». Il problema occupazionale è il mantra dell'assessore al Lavoro Rosolen, che parte richiamando «la necessità di affrontare il nodo ambientale aperto e dare espressione politica sul futuro di una produzione che non è ad alto valore aggiunto e che Arvedi stesso ha voluto riconvertire appena possibile». Ma per Rosolen «è il lavoro la madre di tutte le battaglie perché chiunque avrebbe potuto chiudere in 25 anni se non avesse tenuto conto dal dato occupazionale. Il punto è la responsabilità delle istituzioni e qualsiasi percorso di riconversione deve inserirsi nel ragionamento più ampio sul futuro di Trieste. Per questo serve il miglior Accordo di programma possibile, ma i tempi non li detta l'azienda: li scelgono assieme tutti i sottoscrittori e sottolineo che fino alla firma e alla successiva attuazione bisogna mettere al centro la sicurezza in fabbrica». Roberto Dipiazza è stato il primo nel centrodestra ad aprire la battaglia anti Ferriera: «Sono oltre vent'anni che ci battiamo, perché non ho mai creduto che il futuro di Trieste possa poggiare su prodotti a basso valore aggiunto. Purtroppo è diventato uno scontro fra la destra e la sinistra, ma cos'è rimasto degli 800 milioni investiti in 25 anni dai gruppi che si sono succeduti e che spesso erano già decotti? Finalmente abbiamo capito e chiudiamo: le prospettive per l'area sono serie e le istituzioni remano per l'obiettivo dell'occupazione. I lavoratori guardino con fiducia allo sviluppo del porto e dell'industria ad alto valore aggiunto». Di ben altro avviso è chi ha portato Arvedi a Trieste nel 2014. Per la deputata Debora Serracchiani, «Trieste è a un bivio e le scelte che verranno fatte segneranno il suo futuro: rinascita o declino. L'eredità lasciata dal centrosinistra - su porto, Porto vecchio, infrastrutture, rilancio di realtà produttive e risanamento ambientale - può essere messa a frutto o lasciata inaridire. Trieste deve diventare attrattiva per investimenti e lavoro qualificato, ma le crisi industriali che minacciano migliaia di posti di lavoro denunciano un rischio concreto, cui non sta arrivando una risposta strutturale. La Ferriera è uno dei punti più critici, perché ad oggi gli esuberi ci saranno e perché il futuro dell'area non è chiaro. Ormai fatta la scelta della chiusura dell'area a caldo, la politica deve comporre il quadro della reindustrializzazione, non solo gestire ammortizzatori sociali». Poi l'attacco a Fedriga: «Si deve constatare - dice Serracchiani - che di questa crisi, e di tutte le altre, il presidente della Regione non si è mai curato in prima persona». L'ex sindaco e ora consigliere regionale Roberto Cosolini ritiene «inesistenti i meriti politici per una chiusura decisa in realtà dall'imprenditore. Ciò che conta è che sia garantito il lavoro, compresi i lavoratori dell'indotto. In secondo luogo c'è l'esigenza di favorire nuove iniziative industriali: ma su questo non vedo impegno delle istituzioni locali, mentre si scaricano sul porto aspettative che il porto non potrà soddisfare». Per Cosolini, «chi prometteva la chiusura tout court raccontava fiabe elettorali. Senza l'Accordo di programma che promuovemmo nel 2014, senza gli investimenti industriali e ambientali, senza la svolta ai vertici dell'Autorità portuale, non sarebbe stato possibile realizzare la riconversione». Il consigliere comunale del M5s Paolo Menis fa infine suo l'ottimismo del ministro Stefano Patuanelli: «La chiusura dell'area a caldo sarà un evento storico per la città, un traguardo che stiamo raggiungendo grazie all'impegno di tutti e al lavoro del nostro ministro. Sono sicuro che anche i lavoratori hanno capito l'importanza del nuovo Accordo di programma perché con esso non solo si libera la città da una pesante fonte inquinante ma si danno garanzie occupazionali prima impensabili». --D.D.A.