Assieme in pizzeria migranti di oggi e profughi della guerra ex jugoslava

Stefano GiantinBELGRADO. Cosa serve, a uno straniero, per integrarsi a tutti gli effetti in un posto che non è il suo? Dovrà impararne la lingua e trovarvi un lavoro. Sono obiettivi difficili da raggiungere, anche in Serbia. Ma ci sono eccezioni che hanno fatto positivo scalpore, a Belgrado.Una risponde al nome di "Pizza Laganizza", piccolo locale che vende pizza al taglio nel cuore della capitale serba. Pizzeria che si differenzia dalle tante altre aperte nella metropoli per un dettaglio inedito: Laganizza è infatti il primo locale che impiega solo richiedenti asilo stranieri e pure "vecchi" profughi con passaporto serbo, quelli che più di vent'anni fa dovettero lasciare le proprie case in Bosnia o in Croazia e rifarsi con fatica una nuova vita in Serbia. E così, a Pizza Laganizza, impastano, stendono la polpa di pomodoro, condiscono con olive o pancetta, infornano e sfornano persone come Elham, giovane iraniana che, come tanti compatrioti, è arrivata negli anni scorsi da turista a Belgrado, sfruttando l'abolizione dei visti tra Serbia e Iran e poi una volta atterrata ha chiesto asilo nel paese balcanico. O come il sudanese Ismail, trasformatosi in poche settimane da ospite di un campo profughi nei pressi di Belgrado a provetto pizzaiolo. Dopo quattro anni di attesa, Ismail ha ricevuto finalmente il permesso di lavoro e «ora ho un impiego, posso pagare le bollette e mantenermi di tasca mia», ha detto Ismail ai media locali.Come lui, anche la balcanica Senada - e altri 14 - ha affrontato alcuni mesi di "addestramento" prima dell'inaugurazione e oggi «sappiamo come si fa la pasta, che ingredienti ci vanno, facciamo tutto». Il progetto è stato sostenuto finanziariamente, oltre che da Onu e dall'Ong Balkanski Centar za Migracije, pure da Stati Uniti e Germania. Laganizza è la «prima impresa sociale nata per con l'idea di dare una chance ai profughi, sia a quelli creati dalle guerre nell'ex Jugoslavia sia a quelli che fuggono da conflitti in tutto il mondo», ha spiegato nei giorni scorsi l'ambasciatore americano a Belgrado, Anthony F. Godfrey, intervenuto all'apertura ufficiale del fast food. «In Germania lo sappiamo per esperienza personale, per integrarsi in una società serve un lavoro, oltre alla lingua», gli ha fatto eco l'ambasciatore tedesco, Thomas Schieb. Progetto che ha avuto forte eco positiva sui media serbi, ma ha provocato anche qualche mal di pancia, tra qualche "hater" sui social. «Pizza Izbeglizza», ha scherzato qualcuno con un gioco di parole tra "laganizza" (da lagano, prendila con calma) e "izbeglica" (rifugiato).Qualcuno ha chiesto «cosa si fa invece per la gente di qui, dove andiamo noi a lavorare?». Altri ancora - ogni mondo è paese - si sono spinti a criticare Washington per non aver dato soldi per trasferire i profughi-pizzaioli dalla Serbia agli Usa. Forse non sanno che esperienze simili hanno avuto successo proprio negli States, ma anche in Grecia, Austria, Francia, Germania, favorendo l'integrazione. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI