Est, i salari sempre più elevati non fermano lo spopolamento

Stefano GiantinBELGRADO. «Vogliamo chiudere il capitolo di un Paese fatto di salari leggeri e manodopera a basso costo», ha promesso a inizio ottobre il premier polacco Mateusz Morawiecki. Sulla stessa linea il primo ministro croato Andrej Plenkovic, che di recente ha annunciato nuovi aumenti dei salari minimi. Promesse simili sono echeggiate negli ultimi mesi nell'intera Europa centrale, nella maggior parte dei Paesi baltici, nei Balcani parte della Ue. Messaggi delle leadership politiche al potere che segnalano tendenze chiare: a Est i lavoratori, soprattutto quelli alla base della piramide sociale, hanno sempre più soldi in portafoglio grazie all'aumento dei salari, in testa i minimi.È una strategia decisa in particolare per arginare il problema della carenza di manodopera e frenare l'emigrazione. Con risultati contrastanti. A confermarlo sono nuovi dati di Eurofound, l'agenzia Ue che si occupa di sviluppo economico e sociale, citati dall'agenzia Bloomberg, che ha confermato che a Est l'aumento dei salari minimi è sempre più marcato: una «strategia aggressiva» di tutti i «governi populisti» al potere, da Varsavia a Sofia. E i dati parlano chiaro. Nel solo ultimo anno le retribuzioni minime sono cresciute addirittura del 36,5% in Lituania, e poi dell'8,4% in Croazia, del 7,4% in Bulgaria, del 7,2% in Repubblica Ceca, del 6,4% in Polonia, del 6% in Romania, del 5,9% in Slovacchia, del 5% in Estonia e in Ungheria, del 3,9% in Slovenia. I livelli salariali - in particolare in Romania e Bulgaria - rimangono a distanza siderali da quelli francesi o tedeschi, 4-5 volte inferiori; ma il gap si sta riducendo, anno dopo anno.Le percentuali aumentano in maniera drastica se si prendono invece in considerazione i dati Eurostat, che segnalano che i salari minimi sono praticamente raddoppiati o cresciuti di almeno un terzo dal 2009 a oggi in tutti i Paesi della regione, con la Slovenia (5 euro all'ora/minimo contro i 6,1 della Spagna e i 9,2 della Germania) che ormai tallona la Spagna e ha già superato Grecia, Portogallo e Malta. Il trend? «Continuerà nel 2020 e oltre», ha assicurato Bloomberg, ricordando che Varsavia ha già preso l'impegno per nuovi aumenti del 16% nel 2020 e del 15% nel 2021, la Slovacchia del 12%, Lituania, Ungheria e Romania tra l'8 e l'11%. È «come se l'Europa orientale si fosse svegliata da un incubo di cui era prigioniera e che la costringeva a mantenere i salari bassi per non perdere le sue industrie» controllate da colossi tedeschi, francesi o italiani e ora «compensa» il tempo perduto, ha aggiunto l'agenzia. Le cose sono effettivamente cambiate, anche se il gap tra Europa più ricca e quella dell'Est è ancora forte. Oltre ai salari medi, i governi della regione stanno distribuendo anche generosi sussidi alle famiglie e pro-natalità, sempre per combattere il fenomeno delle culle vuote e dell'emigrazione.Ma ci sono anche lati negativi. E non sono pochi. Secondo Bloomberg, un aumento «eccessivo» dei salari potrebbe avere conseguenze negative in particolare su «inflazione, investimenti» in calo - causa minore attrattività per imprese straniere. E non sembrano averne di positivi - almeno per ora - sul gravissimo problema demografico. Secondo dati di Banca Mondiale e Onu, citati in questi giorni dai media della regione, in un confronto con il 1989, l'anno della svolta, la Polonia perderà il 15% della popolazione entro il 2050, la Cechia il 3%, la Slovacchia il 6%, il 20% l'Ungheria, il 30% la Romania, il 40% la Bulgaria, il 22% la Croazia, il 30% la Bosnia. Unica eccezione di questo allarmante tendenza? La vicina Slovenia (+6%). -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI