Caro Rilke, perchè sei morto? Firmato Marina Cvetaeva

La rivoluzione, diceva qualcuno, non è un pranzo di gala. Lo sa bene Maria Grazia Calandrone, autrice dell'ultima raccolta in versi "Giardino della gioia" (Lo Specchio-Mondadori), un libro vigoroso, acceso come il colore di copertina, energico in entrambi i versanti: quello esistenziale e quello civile, anche se è banale sottolineare la differenza di generi se è vero che ogni nostro gesto: è politico. Calandrone piega i registri della sua scrittura, senza pedanterie intellettualistiche e ciò grazie a una poesia materica, legata al corpo, a una fisicità che si traduce anche in lirica, lì dove in primo piano sono gli affetti, ma non solo. Anche quando i testi ci restituiscono una contemporaneità inquinata - con affreschi quasi documentaristici sull'uomo e sulle sue atrocità - il passo prosastico permette un'intromissione imprevista, dettata da un verso deciso, in grado di alimentare la ricerca di senso, evitando il consolatorio, restituendoci l'autenticità - nel bene e nel male - dell'umano. Il suo consiglio: «Mi è venuto in mente subito, anche se confesso di non aver mai finito di leggerlo, a causa della materia incendiaria che trascina a valle dalla sua immensa altezza, nei più modesti sogni di chi legge. "Il settimo sogno - Lettere 1926", capolavoro ormai introvabile, pubblicato da Editori Riuniti nel 1980, ovvero il carteggio fra tre giganti della letteratura mondiale: Marina Cvetaeva, Boris Pasternak e Rainer Maria Rilke. Il cardine intorno al quale ruotano le pulsioni è l'energia dirompente di Cvetaeva, la sua vocazione a disturbare chi ama con le proprie incrollabili visioni, per lei più reali della cosiddetta realtà. In questo senso, è emblematica la lettera che la poetessa indirizza all'amatissimo Rilke, che tre giorni prima ha avuto il cattivo gusto di morire: lei lo strattona, lo rimprovera, pretende che lui le appaia in sogni vivi come la vita e lascia cadere, alla fine, una frase da incidere nel marmo, dimostrata da ogni parola del libro nel quale è scritta: "l'irraggiungibile non è mai alto". È quanto abbiamo da sapere. Sull'invisibile». --