La miscela esplosiva di attriti e paure

di Stefano Giantin wBELGRADO Sovraffollamento; paura che la propria richiesta d'asilo venga respinta; quella ancora più forte di essere rispediti in patria. Il tutto a volte avvelenato dal retaggio di ostilità storiche tra appartenenti a nazioni diverse. È questa la miscela esplosiva che ribolle in molti centri per profughi e migranti in Italia, ma anche in Grecia, sulle isole-prigioni dove risse e incidenti, simili a quelli di Gradisca, sono all'ordine del giorno. Ma al di là dell'ultimo caso di Gradisca, cosa porta afghani, pakistani, siriani e iracheni, uniti dall'obiettivo dell'asilo, a screditarsi con la violenza? In tutta la Ue, soprattutto per chi viene da Pakistan, Iraq e Afghanistan le possibilità «di avere una risposta positiva alle loro richieste d'asilo stanno riducendosi» e la tensione anche per questo aumenta: tenta così di dare una risposta Alessandro Monsutti, autorevole antropologo e sociologo all'Institute of International and Development Studies di Ginevra. Sono tensioni che spesso si accompagnano a una sorta di gelosia verso i «siriani, accusati di essere trattati in modo più generoso dall'Europa», e che hanno origine anche dalla competizione per accaparrarsi risorse sempre più scarse. In più, tra molti migranti non sono superati storici attriti. «Tra pashtun afghani e pakistani c'è spesso una buona intesa, sono legati dalla storia, dalla circolazione su entrambi i lati della frontiera»; diversi sono i rapporti tra i pashtun e altri afghani», come gli hazara, illustra lo studioso. «C'è una rivalità, in Afghanistan e in Pakistan, tra pashtun e hazara, che si sentono da 150 anni cittadini di secondo grado e disprezzati» e contrasti simili avvengono anche «tra sciiti e sunniti», continua l'antropologo, descrivendo una situazione aggrovigliata. Ma il punto principale, sottolinea Monsutti, è la condizione in cui vivono ora, in Europa. «Non deve passare il messaggio di barbari divisi in etnie», perché «la strada migratoria è altrettanto traumatica che la guerra nel proprio Paese, dove almeno hai una rete sociale». Quando migri, «più vai via e più sei solo e maggiormente senti la pressione delle responsabilità verso i parenti rimasti nel paese di origine e ansia e frustrazioni crescono». Frustrazione per non essere accolti che è il leitmotiv, oggi, tra molti migranti, forse anche a Gradisca. Sono persone che «hanno attraversato la Rotta balcanica, hanno tentato prima di andare in Germania, in Svezia, probabilmente sono state respinte da Paesi che non li vogliono perché non ci sono le condizioni per ospitarli», spiega il sociologo Alberto Gasparini, già direttore a Gorizia dell'Istituto di sociologia internazionale (Isig). Poi arrivano in Italia, «percepita come una nazione buona e con un'accoglienza aperta, una visione distorta della realtà. Italia che probabilmente arriverà alle stesse conclusioni» di altri Paesi europei, una prospettiva che accentua inevitabilmente il nervosismo nei centri. Centri dei quali ha il polso della situazione Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medici per i diritti umani. «Noi abbiamo una certa esperienza sul Cara di Mineo, il più grande Cara italiano, dove lavoriamo da anni», premette. Ed è proprio il «modello dei grandi centri di accoglienza per richiedenti asilo che è a nostro avviso fallimentare nel fornire un'accoglienza sicura e dignitosa: sono di grandi dimensioni e ospitano un numero eccessivo di persone». Centri sovraffollati dove possono verificarsi anche «episodi di ritraumatizzazione» per migranti, soprattutto quelli più vulnerabili, «che hanno percorso le rotte subsahariane o quelle dall'Asia, difficili e lunghe, che hanno subito violenze, torture, si portano dietro ferite anche psicologiche». «Non conosco nel dettaglio quali siano le condizioni di Gradisca», ma «se mettiamo insieme alcuni elementi, il numero delle persone ospitate in un centro, il fatto che c'è uno stato di inquietudine sul destino di queste persone, una tendenza evidente da parte dell'Ue di rimandare richiedenti asilo afghani in patria, queste possono essere alcune ragioni per cui questa condizione di tensione può nascere e alimentarsi», gli fa eco Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. Sono ragioni comuni anche alla Grecia, dove pure risse tra diverse comunità si sono ripetute nei mesi scorsi. Incidenti che sono dovuti allo «stress della detenzione, al degrado» in cui vivono, ma anche a «conflitti storici» tra le comunità, conferma Ariel Ricker, direttrice esecutiva dell'Ong Advocates Abroad. Che poi però aggiunge: ciò che spinge profughi e migranti in Europa è «cercare una vita migliore, non arrivano per perpetuare vecchie battaglie e conflitti che hanno messo alla prova le loro comunità, ma per sopravvivere». O almeno «migliorare» la propria esistenza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA