Da criminale di guerra a eroe religioso

Radovan Karadzic, l'ex leader politico dei serbi di Bosnia accusato di crimini di guerra e genocidio, dal 2008 in carcere in Olanda e sotto processo al Tribunale penale per i crimini nell'ex Jugoslavia, vorrebbe essere restituito a una vita attiva. Almeno dal punto di vista «professionale». Karadzic, durante l'udienza di mercoledì al Tribunale penale Tpi, ha chiesto infatti ai giudici che gli venga concesso di accedere liberamente a Internet e di poter usare un registratore audio. L'idea dell'imputato, come emerso, è quella di focalizzarsi sulla «registrazione della corretta pronuncia serba», da distribuire poi a fan e accoliti. «Se mi tocca spendere dodici anni qui» come Seselj, ha detto Karadzic, «senza la possibilità di essere professionalmente attivo, allora questa sarebbe una misura punitiva eccezionale che non dovrebbe essere applicata nel mondo civile». Karadzic – la sentenza nel suo processo è attesa in ottobre – prima della guerra ha lavorato come psichiatra, coltivando l'hobby della poesia. Anche durante la latitanza ha pubblicato vari volumi in Serbia. (s.g.) di Stefano Giantin wBELGRADO Rimane fra le più alte incarnazioni viventi del malsano concetto della "Grande Serbia". In Croazia e in ampie parti della Bosnia è visto ancora oggi come il fumo negli occhi, in patria come un personaggio simbolo di uno scomodo passato. Ed è soprattutto ancora imputato per crimini di guerra al Tribunale penale per l'ex Jugoslavia. Ma il leader ultranazionalista Vojislav Seselj, da novembre messo in libertà provvisoria dal Tpi per ragioni di salute, è anche altro. È un eroe, da premiare con un'alta onorificenza religiosa, quella dell'"Ordine di primo grado dell'Angelo bianco", così battezzato in onore di quello che è forse il più celebre affresco nell'iconografia religiosa serba, l'angelo sul sepolcro del Cristo, custodito nell'antico monastero di Mileseva. Ed è stato proprio il "vladika" Filaret, il vescovo dell'eparchia di Mileseva, a insignire martedì scorso Seselj della medaglia con l'angelo mettendogliela al collo. Un premio, si può osservare nei video della cerimonia al monastero postati su YouTube dai Radicali di Seselj, deciso per celebrare un «duca cetnico che ha sconfitto il Tribunale dell'Aja», pieno di «amore verso la Chiesa serba», la motivazione del premio letta da un pope. Filaret che si è poi rivolto personalmente al leader nazionalista, chiamandolo «caro amico e fratello». «Accetta questa modesta onorificenza», le parole del vescovo a Seselj. Seselj che avrebbe anche il grande merito, parola del vescovo ortodosso, di aver ricevuto «per volere di Dio» il compito di «cancellare la vergogna dal popolo serbo e vi celebriamo per questa lotta coraggiosa» condotta all'Aja. Seselj ha da parte sua approfittato della visita a Mileseva per assicurare di non essere per nulla cambiato. «L'origine della cultura e dello Stato serbo risiede nell'attuale parte settentrionale dell'Albania e un giorno» tutta l'area, «fino a Durazzo, tornerà a essere serba», la bomba lanciata dal "vojvoda" al monastero. Fatti, quelli di Mileseva, che hanno suscitato interesse e polemiche, in Serbia. Radio Slobodna Evropa ha ricordato tuttavia che Filaret non è nuovo a scandali del genere. Negli Anni Novanta, durante la guerra, si era fatto fotografare in Croazia «vicino a un carro armato serbo, con un mitra in mano». E nel 2000 aveva invitato i serbi a votare in massa per Milosevic. E ora l'onorificenza a Seselj. È «importante sottolineare che fatti come questi ridimensionano il ruolo della Chiesa ortodossa serba ad agire nella veste di responsabile agente di pace», rispettando la «memoria di tutte le vittime dei recenti conflitti», commenta in una conversazione con Il Piccolo Nikola Knezevic, presidente del Centro per lo Studio della Religione, della Politica e della Società (Cirpd). «Sfortunatamente», continua Knezevic, «questo evento» dimostra che «forti correnti nazionalistiche sono ancora presenti nella Chiesa» di Belgrado. Correnti che hanno un peso, tuttavia, anche nella Chiesa cattolica nella vicina Croazia, «come si è visto da recenti esempi», dalle messe annuali in memoria del leader ustascia Ante Pavelic al paragone fatto dal vescovo croato Kosic tra le sofferenze di Cristo e quelle patite da Dario Kordic, criminale di guerra croato-bosniaco condannato per orribili massacri come quello di Ahmici. Va anche sottolineato che il vescovo è un singolo e non si può dunque mettere sul banco degli imputati un'intera Chiesa per i fatti di Mileseva. Ma il patriarca serbo-ortodosso Irinej e il sinodo – che si mormora potrebbero "licenziare" Filaret dopo l'ennesimo scandalo - dovrebbero comunque reagire? «Assolutamente sì», risponde Knezevic. La Chiesa è «una grande organizzazione, Filaret solo uno dei 45 vescovi, ma ha alle spalle una lunga storia costellata di simili incidenti e deve perciò rispondere per atti che hanno un impatto sulla reputazione della Chiesa, contrari alla pratica cristiana e alla fede. Se manca una reazione, allora abbiamo un serio problema di responsabilità». ©RIPRODUZIONE RISERVATA