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di Stefano Giantin Per molti rimane la figura più importante della storia balcanica, uno statista di valore mondiale. Per altri è solo un despota, per alcuni un edonista camuffato da socialista. Una cosa è però certa. Josip Broz Tito era anche, forse soprattutto, un grandissimo amante e un profondo conoscitore del cinema. Settima arte che accompagnò il Maresciallo durante buona parte della sua esistenza. Che ne allietò persino gli ultimi giorni. Maresciallo che, dal 1949 al 1980, fu un divoratore di pellicole. Ne guardò, in quel terzo della sua vita, esattamente 8.801, una media di circa 280 all'anno, un record da vero cinefilo. La rivelazione pubblica della passione di Tito per il grande schermo si deve a Marija Djorgovic e Momo Cvijovic, curatori di un'affascinante mostra organizzata a Belgrado e ospitata al Museo della Storia della Jugoslavia. Mostra che non poteva che intitolarsi "La Grande Illusione – Tito e 24 milioni di metri di celluloide", un calcolo abbastanza preciso dei metri di pellicola consumati dal Maresciallo in trent'anni. La mostra "Velika iluzija" è stata inaugurata al Museo della storia della Jugoslavia di Belgrado l'11 novembre e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. I visitatori, per avere l'impressione dell'uscita serale verso il cinema, possono accedervi dalle 17 alle 22 e nei week-end sono previste maratone cinematografiche. La mostra è divisa in varie sezioni, «i film che non gli piacevano», «film di registi premiati» a Pola e oltre, «sulle ali dell'avventura», «A Hard Day's Night», «Tito e film dell'Europa in fiamme» e una sezione sul film-documentario sul Tito privato, mai distribuito in Jugoslavia e all'estero. Il progetto si basa su una approfondita analisi dei registri dei film, documentari e cinegiornali guardati dal Maresciallo dal 1949 al 1980. Così la mostra di Belgrado permette ai visitatori di entrare in una sfera per certi versi assai poco conosciuta della sua personalità attraverso una selezione dei film più amati-odiati dal leader jugoslavo, oggetti privati del Maresciallo, foto, le comode seggiole imbottite che usava per le proiezioni private. Esposizione, raccontano al Muzej istorije Jugoslavije, che «presenta due livelli di realtà parallela». Per immergersi nel primo, quello del Tito spettatore di cinema, basta salire al secondo piano dell'edificio a un passo dal mausoleo del Maresciallo e seguire il filo rosso tracciato dagli organizzatori. Filo rosso che conduce attraverso la visione di una quarantina di film rappresentativi dei gusti di Josip Broz. Selezione ardua, quella compiuta dai curatori, a causa della mole di film che il Maresciallo guardò a partire dal suo 57esimo anno d'età, da quel 1949 quando i suoi assistenti personali iniziarono a tenere un preciso diario con tutte le pellicole viste. Tito che, spiegano i curatori, guardava uno o più film ogni giorno nella propria residenza belgradese, in genere al pomeriggio, da solo o a volte con Jovanka. Ma lo faceva anche sulla nave Galeb e sul Treno blu, a Brioni, a Karadjordjevo, a Brdo kod Kranja. Oltre che a Pola, naturalmente, al festival di cui divenne patrocinatore nel 1955 e che ottiene grande spazio alla mostra. Quali film piacevano a Tito? Quelli più volte richiesti dal Maresciallo erano kolossal jugoslavi sulla lotta partigiana. Tito guardò «13 volte Kozara, 15 Operazione Rösselsprung, cinque la Battaglia della Neretva» di Veljko Bulajic, «otto» la pellicola dedicata alla battaglia della «Sutjeska», elenca con accuratezza Djorgovic. Visioni ripetute di film - di cui Tito fu regista nell'ombra, oltre che produttore de facto -, che però non furono dettate solo dalla sua passione per la guerra partigiana. Quelle pellicole rivestivano una funzione didascalica, venivano proiettate soprattutto in occasione di visite ufficiali di capi di Stato stranieri per raccontare loro l'epopea partigiana della Jugoslavia. Il Tito "privato" amava invece pellicole più ordinarie. In testa, «i film western», quelli americani ma anche gli "spaghetti western" di Sergio Leone, pellicole che prediligeva per rilassarsi. E poi «i film di Hitchcock», ma anche quelli «del neorealismo italiano», enumera Cvijovic, che specifica poi che dal 1949 al 1961 Tito seguì i film in lingua originale, «senza traduzione». Si preparava poi ai viaggi ufficiali all'estero, come quello sul Galeb verso Londra, nel 1953, guardando i cinegiornali inglesi. E ammirando i film dei suoi ospiti, come quelli di Yves Montand e Simone Signoret, prima di incontrarli. Tito non disdegnava, nella sua intimità, neppure i cartoni animati. «Guardò» sicuramente «Pinocchio e Biancaneve» nel 1951, quando era a letto convalescente dopo un intervento, racconta Cvijovic. E non interruppe l'abitudine al film quotidiano neppure il 15 aprile 1952, «il giorno del suo matrimonio» con Jovanka, quando «guardò un documentario di 17 minuti», testimoniano i registri. «Se poi qualcuno si chiede se Tito guardava i porno», ironizza Cvijovic, la risposta è «no». Ma guardava film che includevano «scene spinte», come Hardcore, pellicola di valore del 1979, ammirata da Tito il primo gennaio 1980. Altri film rappresentativi dei suoi gusti, La donna del ritratto (Lang), Vivere (Kurosawa), Luci della città (Chaplin), Il fascino discreto della borghesia, Il ladro di Bagdad (Berger), Tarzan, Il mastino dei Baskerville, ma anche Easy Rider, Zabriskie Point, Hair, A Hard Day's Night – con i Beatles – Spartacus, Il Grande Gatsby. L'ultimo film visto da Tito, "Plava ptica" (Il giardino della felicità, 1976). Il primo sull'elenco ufficiale, nel 1949, il russo "Strade blu", entrambi film con nel titolo il colore fumoso dell'atmosfera dei vecchi cinema. Non apprezzava invece i film sovietici, realizzati dal 1935 al 1953 da un'industria cinematografica andata in rovina «da quando Stalin ha cominciato a immischiarsi» nelle produzioni, scherzava ai tempi Tito, racconta Cvijovic. Tito a cui non piacevano, «ma li guardò quasi tutti comunque», ricorda sempre lo stesso curatore, i film della cosiddetta "Crni talas", l'Onda nera, pellicole jugoslave d'avanguardia e di denuncia, di critica della società socialista di cui i massimi esponenti furono Makavejev, Pavlovic, ma anche quel Zilnik che psicoanalizzò nel 1993 la società serba "omaggiando" allo stesso tempo l'ormai defunto Broz con il film "Tito per la seconda volta tra i serbi". Ma il film che fece letteralmente infuriare Tito fu la commedia satirica "Ciguli Miguli" (1952), vietato perché considerato antisocialista e «politicamente inappropriato», parola del Maresciallo. Non era particolarmente amato dal leader nato a Kumrovec neppure "Bice skoro propast sveta", «che offre un'immagine non fedele della Jugoslavia» ma che fu nondimeno nominato per il primo premio a Pola. Tito che non fu solo spettatore compulsivo. Fu anche attore, la rivelazione nel «secondo livello» della mostra. Attore protagonista, storia sconosciuta ai più, in "Tito – Note di un regista", il primo film documentario sulla vita privata del Maresciallo, girato da Zorz Skrigin ed Eugen Arnesen, illustra oggi la preziosa collezione. Documentario che raccontava una giornata di Tito, divisa tra le attività di statista e quelle private, a caccia, su un'auto decappottabile, assieme a Jovanka, a giocare a biliardo, a tavola. "Tito – Note di un regista" che però non venne mai distribuito, rimanendo ignoto al pubblico jugoslavo e straniero. Perché? Perché da quel film usciva l'immagine di un Tito edonista che piaceva poco agli alti papaveri jugoslavi, raccontano Djorgovic e Cvijovic. Immagine tuttavia veritiera, che ritrae una parte importante della sua personalità. Quella di un leader che creò un grande illusione politica, finita male, rilassandosi nei momenti liberi con un'altra "Grande illusione". Quella del cinema. ©RIPRODUZIONE RISERVATA