Argento: «Faccio paura per vincere le mie paure»

di Roberto Pugliese Dario Argento non è nuovo alla scrittura. Anzi, è una pratica che nel suo percorso personale ha preceduto la regia, accompagnandola poi continuativamente: dapprima come critico cinematografico, per "L'Araldo dello Spettacolo" e "Paese Sera", poi come sceneggiatore e narratore dei propri film. Si direbbe che per lui la scrittura sia una sorta di cinema proseguito con altri mezzi: Argento infatti ama verbalizzare le proprie impressioni, sensazioni e opinioni, e non si tira affatto indietro quando si tratta di "raccontare" la genesi, il farsi delle proprie opere. Di più: si ha l'impressione che per lui la fase affabulatoria sia un modo, un tentativo di esorcizzare e allontanare, esponendole, le proprie ossessioni e le proprie (numerose) fobie, in una condivisione con il grande pubblico, suo unico e irrinunciabile referente. Questo aspetto di confessione liberatoria, quasi da seduta di autoanalisi, emerge con nettezza in "Paura" (Einaudi, pp.351, euro 19,50, a cura di Marco Peano), l'autobiografia che Argento ha da poco licenziato e nella quale racconta se stesso con disarmante sincerità, mescolando narcisismo e amarezza, malinconia ed euforia, passione e riservatezza, ossia i diversi aspetti della propria sfaccettata e non di rado contraddittoria personalità. La lettura conferma alcune leggende fiorite intorno alla vita privata del cineasta e ne smentisce altre: tra le prime quella che fornisce il titolo del libro, ossia la paura o meglio le paure che si agitano. Paure comuni, come il buio, la malattia (venata di ipocondria), la vecchiaia ("Quando invecchi gli anni si accorciano", ammette), la morte ma soprattutto quella di non essere all'altezza delle proprie aspirazioni, di non essere in grado di dare forma compiuta alle storie che lo invadono, che lo interpellano continuamente. E, più forte di tutte, la paura di soccombere ai propri dèmoni, di finirne dominato anziché dominarli e trasformarli in immagini, suoni, colori, visioni. L'ispirazione a gettarsi nel cinema, che colse Argento giovanissimo, appare con chiarezza un mezzo per sfuggire alle proprie fragilità e insicurezze: il regista le racconta con puntiglio, senza pudori, accompagnandone la descrizione con la genesi dei propri film, a proposito dei quali il libro è ricco di dettagli inediti, di curiosità e di aneddoti rivelatori. Da "L'uccello dalle piume di cristallo", il suo debutto, sino a "Profondo rosso" e "Suspiria", che ne ratificarono fama e talento, le tappe fondamentali del suo cinema disturbato e disturbante, così estraneo alla mediocritas del cinema italiano e nello stesso tempo così eccessivamente, smisuratamente "di genere", scorrono nel racconto di Argento comprendendovi i progetti mancati ("L'ombra dello scorpione", dal romanzo-fiume di Stephen King, o un film su Charles Manson) e i fallimenti oggettivi ("Giallo", produzione americana tra le più sfortunate della sua carriera), ma anche i rapporti con gli attori, straordinariamente felici e scorrevoli (a differenza di Hitchcock, Argento adora i propri attori), che gli hanno consentito ad esempio di cooptare nei suoi film alcuni dei più bei nomi del nostro teatro, da Glauco Mauri a Giuliana Calandra, da Rossella Falk a Gabriele Lavia, e di lavorare con mostri sacri come Karl Malden, Max Von Sydow, Harvey Keitel o Rutger Hauer. Meno felici i rapporti con la critica, specie italiana, da cui Argento si ritiene sistematicamente maltrattato (con alcune eccezioni), sviluppando un inferiority complex solo in parte attenuato o consolato dai successi di cassetta; egli vorrebbe infatti piacere a tutti, e la sensazione che trapela fra le righe è che una coda al botteghino non lo ripaghi completamente di una recensione negativa. Dettagli di lavorazione, ricordi dell'infanzia o dell'adolescenza, rapporti con i tecnici, i musicisti, gli sceneggiatori, si srotolano in una narrazione che mescola passato e presente, tutta attraversata da fantasmi personali, suggestioni letterarie, memorie cinematografiche e un continuo flusso di progetti, idee, spunti, illuminazioni. Poi ci sono le parentesi meno liete, dolorose, i persecutori telefonici, gli episodi di stalking, le visioni infauste, quella parte "dark" di se stesso con la quale il regista sostiene di non voler avere rapporti. E poi le donne. Presenze fondamentali, nella vita di Argento, e che per la prima volta qui acquistano un rilievo protagonistico anche sul fronte privato, svelando un ulteriore parallelismo con la dimensione filmica, nella quale non si contano le eroine femminili. Qui, malgrado la delicatezza dell'argomento, la franchezza, quasi il candore di Argento non vengono meno, tutt'altro. Essi sembrano anzi compensare la reticenza con cui la dimensione dei sentimenti è rappresentata nel suo cinema (che a tutto rimanda fuorché a una componente banalmente "romantica"), non diversamente da quella del sesso: che appare molto presente nella sua vita privata, ma che nei suoi film è confinata ad atti di violenza o comunque traumatizzanti. Dunque gli amori, innanzitutto: la prima moglie Marisa, poi la tempestosa relazione con Marilù Tolo, infine il rapporto con Daria Nicolodi, in un continuo prendersi e lasciarsi. E poi le figlie, Fiore, dapprima disegnatrice di moda oggi apprezzata chef internazionale. E naturalmente Asia, con la quale il legame è tormentato, altalenante, tanto intenso quanto ondivago: sua attrice-feticcio in molti film, da "Trauma" a "Dracula in 3D", ma anche presenza conflittuale e in qualche modo competitrice. Perché in realtà, come confessa citando una frase di Fassbinder, per lui "la famiglia è la radice di ogni male": anche se, ad esempio, il rapporto con i propri genitori, in particolare col padre, è fondamentale. Non mancano gli episodi oscuri: il pensiero suicida che a un certo punto sembra rischiare di travolgerlo, ancora una volta allontanato e sublimato nel cinema; e l'esperienza in carcere per quei pochi grammi di droga, che sembra coltivarne e incoraggiarne ulteriormente la vocazione alla solitudine e all'isolamento. E ciononostante Argento (che a Trieste+Fiction vinse l'Urania alla carriera nel 2003 e che nel 2011 consegnò il premio al collega George A. Romero) si definisce ancora oggi un uomo fortunato: perché «finché là fuori ci sarà qualcuno da spaventare, potrò dirmi una persona felice». ©RIPRODUZIONE RISERVATA