Commissione Ue, Bratušek getta la spugna

di Stefano Giantin wBELGRADO Era stata messa all'indice per la sua deludente performance, ed è un eufemismo, all'esame-audizione davanti agli europarlamentari, lunedì scorso. Aveva incassato poi le critiche trasversali dei maggiori gruppi parlamentari, popolari e socialdemocratici. Aveva dovuto subire un'ultima onta, il sonoro "no" pronunciato mercoledì sera contro di lei dalla commissione congiunta per l'energia e per l'ambiente dell'Europarlamento, riunitasi per valutare se la candidata avesse veramente i titoli per far parte del team di Jean-Claude Juncker. Alla fine, per Alenka Bratušek, non rimaneva che una via d'uscita per farsi da parte con dignità. Via che è stata imboccata ieri pomeriggio dall'ex premier sloveno, che ha tolto le castagne dal fuoco al suo mentore e presidente in pectore della Commissione, Juncker, rassegnando le dimissioni dall'impegnativa carica di aspirante vicepresidente della Commissione con delega all'Unione energetica. La notizia è stata accolta con un sospiro di sollievo a Bruxelles, dove da ore si rincorrevano voci contrastanti, rinfocolate dal comportamento poco chiaro dell'entourage di Juncker. Bratušek che, malgrado la bocciatura degli europarlamentari, «resta la commissaria designata», aveva fatto sapere Margaritis Schinas, portavoce del presidente, aprendo la porta a una ridda di ipotesi. E se il numero uno della Commissione volesse difendere fino all'ultima cartuccia l'ex primo ministro di Lubiana, rischiando magari l'impasse? Ipotesi che però è caduta con il ritiro di Bratusek, che in una lettera inviata a Juncker e poi da lei stessa diffusa sul web lo ha «ringraziato per il sostegno» annunciando di volersi fare da parte. Lei stessa ha riconosciuto nella missiva che la sua posizione era ormai insostenibile dopo il voto contrario degli europarlamentari, a cui ha «contribuito», l'ammissione, la sua pessima audizione di lunedì. Il passo indietro di Bratusek, unico ingranaggio su 27 non funzionante nella complessa macchina della nuova commissione, è stato accolto con favore da Juncker, che ha assicurato di «avere molto rispetto per la decisione di Alenka Bratušek». Una decisione, ha aggiunto poi, che «riflette il suo impegno per l'Ue, per la Slovenia e per il processo democratico» e che, soprattutto, «mi permette di completare la composizione della Commissione europea». Rimane ora da sciogliere un ultimo nodo. Chi arriverà dalla Slovenia a sostituire Bratušek? «I Socialisti e i Democratici credono fermamente che ci sono buone ragioni perché la candidata naturale per quel portafoglio sia Tanja Fajon», ha dichiarato il capogruppo socialdemocratico, Gianni Pittella, mentre anche i Popolari europei hanno fatto sapere di voler designare quel nome – candidata socialdemocratica esperta e donna, per non far abbassare la "quota rosa" nella Commissione Juncker. Ma i consigli arrivati da Bruxelles non sono piaciuti a Lubiana, già scottata dall'autocandidatura di Bratušek. Non sono piaciute soprattutto a Miro Cerar, che ha definito «inappropriato l'ultimatum» lanciato dai socialdemocratici europei sul nome di Fajon. Il premier ha ricordato che, secondo il Trattato di Lisbona, spetta agli Stati membri dell'Ue nominare i propri candidati alla posizione di commissario, non certo ai gruppi politici dell'europarlamento. Non solo. Ha ricordato che il suo partito, l'Smc, ha ottenuto una vittoria schiacciante alle ultime elezioni e per questo dovrebbe avere, e avrà, una parola decisiva sulla proposta di un nome o più nomi – circolano sempre quelli di Potocnik e Bulc, a cui si sono aggunti Erjavec e Romana Jordan – che sarà «inviata il prima possibile» a Bruxelles. E dunque, se Alenka Bratušek è uscita di scena, la soap opera incentrata sulla figura del futuro commissario sloveno è ancora ben lontana dalla conclusione. E i tempi per l'insediamento della nuova commissione rischiano di allungarsi.