Blitz antiterrorismo in Kosovo, imam in cella

di Stefano Giantin wBELGRADO Vari imam arrestati, nove secondo alcune fonti. Fermati anche uno dei leader di un'organizzazione fondamentalista e altre cinque persone sospettate di aver fatto propaganda pro-Stato Islamico e di aver reclutato guerriglieri kosovari albanesi da spedire in Siria e in Iraq. È questo il bilancio di un'ampia operazione anti-terrorismo lanciata ieri in Kosovo. La polizia ha fatto irruzione in vari edifici dispersi in tutto il Paese balcanico, ponendo agli arresti quindici individui, hanno confermato le forze dell'ordine di Pristina, senza tuttavia fornire le generalità dei fermati. Ma il Kosovo è piccolo, le informazioni filtrano rapidamente. Tra i visitati dalle forze speciali e dalla polizia, si è poi saputo, anche alcuni imam ben in vista, tra cui Shefqet Krasniqi, titolare della Xhamia e Madhe, la più importante moschea della capitale, già interrogato due settimane fa perché sospettato di «incitamento all'odio razziale e religioso». Assieme a lui, sono stati messi in cella anche altri colleghi, tra cui Enes Goga di Peja/Pec ed Enis Rama di Mitrovica, sospettati di essere reclutatori di giovani aspiranti jihadisti. Molti di loro sono imam «popolari» nella nazione di due milioni di abitanti «grazie ai loro sermoni trasmessi via YouTube e a show radiofonici», ha raccontato via Twitter il viceministro degli Esteri kosovaro, Petrit Selimi, mentre i rappresentanti della comunità islamica di Pristina si sono detti «preoccupati» per i provvedimenti contro esponenti religiosi, rilevando però che «nessuno è sopra la legge». Nessuno, incluso tal Sh. K., nato nel 1989, residente a Kacanik, lo stesso paese del tagliagole Lavdrim Muhaxheri, divenuto tristemente famoso per aver postato sui social network le foto di un'esecuzione per decapitazione da lui stesso eseguita in Siria. E non si è guardato in faccia neppure nei confronti di Fuad Ramiqi, numero due della Levizja Islamike Bashkohu (Lisba), movimento politico fondamentalista già forte nella capitale e a Gjilan, sul programma la costruzione di un'enorme moschea a Pristina e l'introduzione di una legislazione che permetta alle donne di indossare l'hijab nei luoghi pubblici. Lisba che ha annunciato proteste e commentato gli arresti parlando di «stato di polizia» e di «persecuzione dei musulmani». Nulla di più falso, Pristina sta solo difendendo «la sua tradizione di armonia religiosa», ha risposto indirettamente la presidentessa Jahjaga. Difesa - nel cui ambito si collocano i 40 arresti dell'11 agosto - che è stata lodata da Washington, che attraverso l'ambasciatore Jacobson si è «congratulata con Pristina per l'impegno contro l'estremismo» e contro chi va a combattere tra le file dei jihadisti, presto punibili al loro ritorno in Kosovo con pene carcerarie fino a 15 anni. Dal Kosovo, in 150 avrebbero finora preso questa strada, dalla Bosnia 350, dall'Albania 140, almeno una ventina dalla Macedonia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA