Retata contro gli islamisti in Kosovo

La paziente, madre di tre figli, sofferente di una grave malattia cardiaca, aveva tirato un sospiro di sollievo. L'atteso trapianto era sul punto di essere organizzato, il cuore di un uomo appena deceduto era pronto per essere trasportato a Belgrado e poi per essere impiantato nel suo petto, tappa obbligata per consentirle di vivere una nuova esistenza. Ma un attimo prima dell'operazione, il dietrofront. Per colpa di un "pope". Accade in Serbia, dove ha suscitato forte indignazione nell'opinione pubblica e tra i medici la storia, rivelata dal quotidiano "Blic", di una mamma, pronta a ricevere un cuore nuovo. Peccato solo che la famiglia del donatore abbia rifiutato in extremis il trapianto, malgrado il loro congiunto avesse disposto la donazione in caso di morte. Familiari che hanno deciso così dopo aver consultato un monaco, Joil Bulatovic, famoso anche per le sue arringhe fondamentaliste e contro l'evoluzionismo diffuse attraverso YouTube. E ora celebre pure per il "niet" alla donazione degli organi, malgrado la posizione favorevole sul tema della Chiesa ortodossa. (s.g.) di Stefano Giantin wBELGRADO Un compatriota saltato in aria ad aprile in Iraq, per lui la triste palma di primo "kamikaze" balcanico. Poi le ricorrenti notizie di qualche decina di kosovari fuorusciti per combattere il regime di Assad, militanti nelle file degli jihadisti. Infine, qualche giorno fa, le orribili immagini del tagliatore di teste Lavdrim Muhaxheri, leader dei kosovari e degli albanesi arruolati tra gli irregolari dell'Isis, immortalato nel deserto dopo un'esecuzione, in mano la testa mozzata di un giovane. No, Pristina non poteva più stare a guardare. E le promesse della presidentessa Jahjaga - sarà lotta senza quartiere all'integralismo islamico, aveva annunciato la scorsa settimana -, hanno cominciato a concretizzarsi. Così ieri in Kosovo, in una massiccia operazione di polizia che ha toccato decine di città e villaggi, abitazioni e persino luoghi privati di preghiera e moschee, ben quaranta sospetti integralisti e reclutatori, ragazzi e uomini in odore di essere vicini all'Isis e ad Al-Nusra, organizzazione terroristica operativa in Siria e Libano, sono stati arrestati. Secondo quanto è trapelato da Pristina, la "Policia e Kosovës" ha fatto irruzione già dalle prime luci del giorno in una sessantina di edifici a Pristina, Ferizaj/Urosevac, Peja/Pec, nella parte meridionale di Mitrovica e nella cittadina di Gjilan. L'operazione di polizia, hanno poi specificato le autorità, aveva come obiettivo quello di «verificare» la fondatezza delle minacce portate, ad opera di un folto gruppo di persone, «all'ordine costituzionale» e alla sicurezza dello Stato, nonché la capacità operativa di «organizzazioni terroristiche» impegnate nel proselitismo in Kosovo e all'estero. Fra gli arrestati, di cui sono state rese note solo le iniziali e i luoghi di residenza, la maggior parte è composta da giovani e giovanissimi. Il più vecchio, classe 1973, il più giovane, del 1994, poco più anziano del 18enne Patriot Matoshi, ultimo kosovaro a essere ucciso in Siria. L'annuncio della sua morte è arrivato domenica, prima del blitz, portando così a sedici i cittadini di Pristina morti in combattimento in Iraq e in Siria nel corso degli ultimi mesi. Numeri che non devono crescere e «chiediamo a tutti» di comprendere «il rischio di entrare in contatto con organizzazioni sospette» e vi ammoniamo a «non cadere nella tentazione» e nella «trappola di false promesse», l'avvertimento delle forze dell'ordine kosovare. Agenti che ieri, oltre ad aver messo le mani su sospetti futuri guerriglieri e sui loro reclutatori, hanno inoltre «sequestrato ordigni esplosivi, armi e munizioni di diversi calibri, strumenti elettronici», notizia quest'ultima che ha inquietato non poco l'opinione pubblica. Difficile infatti che i militanti radicali dal Kosovo partissero verso Siria e Iraq armi in pugno, molto più probabile che gli armamenti fossero utilizzati per l'addestramento o come pericolose santabarbara. Operazione, quella contro i sospetti radicali islamici, salutata con favore dalla stessa Jahjaga. Il Kosovo, ha ribadito la presidentessa, non è e non vuole diventare «un rifugio per l'estremismo», soprattutto in questi tempi di sangue e guerre. E «non permetteremo che il nostro Paese», ha aggiunto Jahjaga, «diventi una fonte» per l'arruolamento e la base di partenza per «atti criminali e terroristici che minano la pace e la stabilità». Secondo un recente "paper" dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), sarebbero circa «quattrocentocinquanta i jihadisti balcanici» presenti nella sola Siria, «intorno ai 150 quelli partiti dalla Bosnia nell'ultimo anno», mentre i numeri sul Kosovo sono assai più incerti. Secondo ricerche dell'International Center for the Study of Radicalization (Isra), citate dal portale Balkan Insight, in tutto circa 300 tra kosovari, macedoni e albanesi si sarebbero già arruolati in gruppi combattenti in Medio Oriente. Ma per quelli che vorrebbero partire, dopo l'operazione di polizia di ieri, le cose si fanno molto più complicate. ©RIPRODUZIONE RISERVATA