Austriaca accoltellata, le indagini riprendono dalla sua vita privata

di Maurizio Cattaruzza È un giallo da riscrivere. Un uomo è rinchiuso in carcere da due anni con l'accusa di aver tagliato la gola a una donna austriaca di 44 anni ma non si sa più se è colpevole o innocente malgrado un fardello costituito da una condanna a otto anni in primo grado per tentato omicidio. I dubbi li ha seminati la sentenza (o meglio la non sentenza) emessa martedì dalla Corte d'Appello di Trieste. I giudici, in sostanza, non sono stati in grado di confermare la pena né di assolvere l'indiano Ashwani Kumar di 29 anni. Ritengono, interpretando il dispositivo, che l'impianto accusatorio denunci vistose crepe e che quindi le indagini vadano approfondite e integrate dalla polizia prima di poter formulare un verdetto definitivo. Come dire che il caso Pollanz deve essere riaperto. Chi voleva uccidere la donna trovata in Costiera in un lago di sangue e sotto choc il 17 maggio di due anni fa? Le ipotesi investigative sono, a questo punto, almeno due: una è quella del pm Chergia che ha avvalorato la tesi della squadra mobile chiedendo e ottenendo il giudizio per il colpevole più comodo e più facile, visto che a quell'ora lo straniero era sul luogo del fattaccio. Il movente? L'Accusa dice che avrebbe voluto stuprare l'austriaca che si trovava sul quel sentiero per fare un po' di footing. Davanti al suo rifiuto avrebbe perso la testa e l'avrebbe accoltellata. La seconda ipotesi è più banale ma anche più verosimile. Il giardiniere indiano, che abita ad Aurisina, con l'aiuto di un interprete (non conosce l'italiano) ai suoi avvocati Raffaele Di Leo e Marta Silano ha spiegato che in quel giorno maledetto si è imbattuto casualmente in una donna bionda tutta sporca di sangue (e quindi già ferita). L'uomo sbagliato nel posto sbagliato. Alla fine di questo giallo che si trascina avanti da troppo tempo, due anni, magari scopriremo che è stato l'indiano ma la Corte d'Appello dice a chiare lettere che in questo momento non ha sufficienti elementi per ribadire la condanna di primo grado. Il verdetto del Tribunale del resto si basa essenzialmente sulla testimonianza della vittima, Sabine Pollanz, la quale in un confronto all'americana sostiene di aver riconosciuto il suo aggressore. Gli altri indizi sono solo di supporto al suo riconoscimento. E se l'austriaca si fosse sbagliata? E se avesse voluto sbagliare per coprire qualcuno? Fatto sta che un uomo è in carcere da due anni e nessuno è ancora certo della sua colpevolezza. Assurdo e inquietante al tempo stesso. Cosa non quadra nell'indagine condotta a suo tempo dalla squadra mobile? Innanzitutto dopo aver seguito e poi abbandonato la pista di un'auto nera che avrebbe seguito da Villaco la donna per poi tornare in Austria, tutte le attenzioni si sono concentrate sulla presenza di Kumar sul sentiero dei Pescatori. È come se più o meno inconsapevolmente gli investigatori avessero voluto cucirgli addosso l'abito del colpevole. Indagini quasi unidirezionali. Va detto però che gli investigatori hanno incontrato nel corso del loro lavoro un ostacolo non indifferente: la reticenza della vittima. Ha scarsamente collaborato all'inchiesta. Prima non poteva farlo perché era ricoverata in un lettino della rianimazione a Cattinara senza la possibilità di poter parlare e ancora sotto choc. Non appena però si è sentita meglio si è "autodimessa" ed è scappata a casa, a Villaco. È stata costretta a tornare a Trieste solo per il riconoscimento. Non si è fatta vedere al processo, né ha nominato un avvocato di parte civile. Ha voluto resettare l'episodio. Un atteggiamento strano ma ancora più strano il comportamento dei suoi amici e conoscenti triestini che hanno alzato un muro invalicabile. Persone che aveva conosciuto durante le sue performance di tango argentino, la grande passione di Sabine Pollanz. Nelle prime battute dell'inchiesta la polizia aveva interrogato l'amico che l'aveva ospitata nel suo appartamento di via Gambini e successivamente aveva seguito con pervicacia la pista della berlina nera. Pista che però ha portato la polizia in un vicolo cieco. La Corte d'Appello, invece, ha indicato un'altra strada: la vita privata di Sabine. Non l'hanno setacciata abbastanza. Nè in Austria né a Trieste, dove conosceva molte persone. E a questo proposito, gli investigatori, nei prossimi giorni risentiranno due testimoni, due persone di Trieste che conoscevano bene le abitudini e le frequentazioni della Pollanz che aveva troncato da poco una lunga relazione a Villaco, dove lavora come responsabile delle risorse umane (come il titolo del libro-capolavoro di Abraham B. Yehoshua) dell'ospedale austriaco. È un giallo, insomma, quasi tutto da riscrivere ma con un uomo in cella da due anni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA