Nikoli„: «La Bosnia non sopravviverà»

Arriverà solo oggi nella capitale austriaca, ma a Vienna l'onda lunga della visita di Vladimir Putin si fa già sentire. Putin che è atteso nella metropoli d'oltre confine per incontrare il Cancelliere Werner Faymann e il presidente federale Heinz Fischer, oltre che il presidente in carica dell'Osce, Didier Burkhalter e Ivica Dacic, ministro degli Esteri della Serbia, dal 2015 alla testa dell'organizzazione. In agenda, naturalmente, lo scottante tema di South Stream. Austria che già ieri ha messo le mani avanti. Per Vienna il gasdotto rimane fondamentale perché «abbiamo bisogno di più fornitori e di maggiore varietà nelle vie attraverso cui l'energia affluisce verso di noi», ha specificato il ministro degli Esteri austriaco, Kurz. «Un terzo del nostro gas proviene dalla Russia», dove l'Europa esporta macchinari e auto, «non possiamo trasformare questa integrazione economica in una partita di calcio, la nostra prosperità si basa» sul reciproco scambio, gli ha fatto eco il numero uno di Omv, Gerhard Roiss. (s.g.) di Stefano Giantin wBELGRADO La prima diagnosi, resa nota al paziente un mese fa, era stata accolta con irritazione. La Bosnia «non può sopravvivere», il pesante sasso lanciato a maggio nel sensibile stagno balcanico dal presidente serbo, Tomislav Nikoli„. Ma nel caso in cui il "malato" bosniaco non avesse compreso la prognosi, Nikoli„ l'ha voluta ribadire, suscitando rinnovata stizza a Sarajevo e dintorni. Ribadire e ancora una volta chiarire durante un'ampia intervista concessa domenica sera alla tv pubblica della Republika Srpska, l'entità dei serbi di Bosnia, la sua visione del futuro del vicino Paese balcanico. «Quanti anni» sono passati, «ne sono passati venti» dalla firma degli accordi di pace di Dayton, ha esordito Nikoli„. In vent'anni, «un uomo da solo potrebbe costruire una casa di quattro piani». Nello stesso periodo, la Bosnia-Erzegovina e la comunità internazionale non sarebbero invece riuscite neppure a gettare le fondamenta di uno Stato funzionante. E la Bosnia stessa «non ha neanche espresso il desiderio» di diventarlo. L'unica vera ambizione è stata invece per due decenni quella di «distruggere l'entità serba» con centro a Banja Luka. La riprova, «tanti leggi che hanno diminuito» le possibilità dei serbi di avere influenza sul governo centrale e sui processi decisionali. «Dayton è stato minato» anche in questo modo e «tutti i diritti» garantiti alla minoranza dalle intese internazionali, proprio come sarebbe accaduto in Kosovo, sono rimasti «lettera morta». Poi, il nuovo affondo, dopo un riferimento ai leader nazionali, che fingerebbero di combattersi in tutti i modi alle elezioni per poi tornare a essere grandi amici subito dopo. «Il ruolo della Serbia è quello di essere garante degli accordi di Dayton e ciò significa preservare la Republika Srpska». E Belgrado «non può fare nulla affinché la Bosnia-Erzegovina sopravviva», se essa stessa «non lo vuole», ha dichiarato il presidente, che già subito prima dell'insediamento aveva sollevato un polverone con dichiarazioni incaute su Srebrenica e su Vukovar. A seguire un riferimento ai vent'anni di dopoguerra, tempo in cui «non è emerso alcun collante» che abbia unito i vari popoli che abitano la nazione, al contrario sempre più divisa. Una constatazione dello stato delle cose o un'indelicata intromissione? «Il collante» per tenere insieme la Bosnia ci sarebbe «e si trova a Belgrado» perché è Belgrado che dovrebbe dire ai serbi di Bosnia «che la vostra capitale è Sarajevo e che lì dovete fare politica», ha indirettamente risposto a Nikoli„ l'ex presidente croato Mesi„. «La miglior protezione» dell'integrità della Bosnia, ha specificato invece il politologo Enes Ratkusi„, citato sempre dalla tv Al Jazeera, «la non interferenza di altri Paesi» negli affari interni di uno Stato che sa da solo di avere grandi problemi politici, economici e sociali. E che dovrà mettere grande impegno per risolverli, negli anni a venire. ©RIPRODUZIONE RISERVATA