Lascia un tesoretto all'Azienda sanitaria Ma è in Australia

di Gabriella Ziani Ha lasciato tutto ciò che aveva all'Azienda sanitaria. Con testamento, notaio. Ogni cosa in perfetta regola. Un immobile, e anche i mobili. Il conto corrente a disposizione. E tutto molto per tempo: già nel 1995. Forse si era scordata un particolare. O forse non aveva condiviso ogni decisione finanziaria col marito, che le è premorto. Oppure non ha considerato importante la "cosa". Sta di fatto che la cosa è saltata fuori fra le carte, e per l'Azienda sanitaria è diventata una questione di portata intercontinentale. Che ha imposto la ricerca, su base nazionale, di esperti avvocati. Messi a gara fra loro. Se quello prescelto riuscirà nell'impresa di far recuperare all'"erede" quanto gli spetta, la parcella sarà salata: 26 mila euro. Ne vale la pena: in ballo ci sono oltre 170 mila euro. È una singolare storia. L.L. vedova G., morta nel 2007, aveva lasciato (se il marito fosse premorto come in effetti è stato) tutti i suoi beni al Centro tumori. Appena nel 2010 l'Azienda sanitaria accetta formalmente i beni ricevuti, la casa, i mobili, il conto corrente, e anche "effetti personali e oggetti di uso domestico". Ma, entrando in casa, scopre strane carte: la defunta signora aveva un investimento in regime di "trust" con il fondo Dust Diseases Board con sede a Sydney in Australia. Che forse aveva anche prodotto interessi. Vane però tutte le lettere inviate a Sydney per entrare in possesso dell'eredità ricevuta, seppure in parte scovata in Australia. La "Ddb" non ha mai dato risposta. È stato interpellato il console italiano a Sydney ed è stato chiesto all'istituto di credito triestino della defunta signora di scartabellare negli estratti conto del passato. C'era traccia di flussi di denaro dall'Australia? Ebbene, sì: 300 euro al mese versati dalla "Ddb". Ma come entrarne in possesso? Il settore Affari giuridici dell'Azienda sanitaria ha deciso di procurarsi un preventivo da studi legali italiani "con collaborazioni anche all'estero". E specialmente, è ovvio, a Sydney. Due le offerte. Ancor prima di ricevere l'incarico uno degli avvocati si è messo in caccia per conto proprio, e ha raccontato che con l'aiuto di colleghi australiani e solo "dopo vari tentativi e ricerche" era riuscito non solo ad avere un contatto con la silente "Ddb", ma anche a farsi dire la somma di cui la defunta signora era depositaria, in Australia. C'erano lì 265 mila dollari australiani, «pari - ha scritto l'avvocato - a 174.373 euro». Dunque il tesoretto, dopo due anni di fatiche, era stato trovato. Da qui la soppesata decisione dell'Azienda sanitaria di scegliere il legale, e di accettarne le condizioni (che del resto poneva poco dissimili ma di cifra superiore anche il secondo studio): 16.000 euro a prescindere dal buon esito della fatica, e cioé dal recupero effettivo del denaro, 26 mila e un pezzo invece come "onorario dovuto solo in caso di recupero delle somme". A quel punto, considerato che dalla morte della generosa signora L. L. vedova G. son già passati 7 anni, di cui almeno 4 tra notai, inventari, lettere in Australia e ad avvocati in tutta Italia, non restava che prendere la decisione finale: che era appunto o prendere (l'avvocato, e possibilmente poi anche quel pezzo di eredità) o lasciare. E l'Azienda sanitaria ha scelto la prima soluzione. Se il reticente fondo, probabilmente un'assicurazione, stipulata così lontano, e così poco disposta a restituire a ciascuno il suo, manderà il tesoretto, ci sarà un grato pensiero per la signora. Ma anche un sospiro di sollievo: per risolvere un singolare caso di eredità si è mosso davvero mezzo mondo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA