L'Europa degli oligarchi così la "casa comune" è finita nella mani di pochi

di Roberto Bertinetti "Il recente voto europeo dimostra che i cittadini vedono con crescente fastidio il potere delle oligarchie", dice Giuseppe Berta. Che proprio al tema dei gruppi dirigenti ristretti, decisi a proteggere ad ogni costo i loro interessi , dedica un saggio intitolato, appunto, "Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi" (il Mulino, 122 pagine, 10 euro) nel quale analizza la genesi di un fenomeno diffuso a livello planetario. Docente di storia contemporanea alla Bocconi, lo studioso è certo che l'oligarchia alla testa della Ue si sia dimostrata la meno efficace nell'affrontare la crisi. «Mentre altrove, dagli Stati Uniti al Giappone, si è fatto ricorso a strumenti di gestione molto flessibili, il dogma dell'austerità ha permeato le politiche europee, aggravando i problemi di milioni di persone . Non c'è da stupirsi, quindi, che ciò abbia destato una reazione spesso rabbiosa», aggiunge. Le oligarchie di oggi sono diverse da quelle del passato? «Ciò che caratterizza le oligarchie di oggi è l'intreccio sempre più stretto fra i ruoli economici e quelli politici grazie al primato dell'economia che è il frutto della globalizzazione. In altre parole, il numero degli oligarchi si va restringendo ma il loro potere cresce. Con il risultato che la politica viene spogliata dei suoi compiti di natura universalistica». Sulla base di quali elementi si è convinto che una deriva oligarchica segni la contemporaneità? «Mi sembra che proprio l'arena della politica stia diventando sempre meno aperta un po' ovunque nel mondo, e che in essa prevalga la lotta per l'appropriazione delle risorse. Con la conseguenza che la politica sta cessando di essere una funzione regolatrice per convertirsi in una somma di interessi particolari». Quando sentiamo parlare di oligarchi non pensiamo subito all'Europa mentre lei dedica una approfondita analisi alla deriva europea verso una tecnocrazia oligarchica. Di che cosa si tratta? «Direi che l'Europa è stata tra le prime realtà continentali a mostrare i segni di una deriva oligarchica, grazie al fatto che il processo di unità europea non ha dato origine a una classe dirigente sovranazionale, ma a un cerchia tecnocratica e burocratica chiusa e centralizzata. Essa di fatto ha preso in mano le redini dell'Unione. Il risultato più clamoroso delle ultime elezioni europee, del resto, è proprio costituito dall'emergere di una diffusa protesta contro la moneta unica, sì, ma soprattutto contro chi se ne è servito per una gestione dall'alto del potere, praticamente senza controllo democratico». L'adesione agli accordi Maastricht fu, come riteneva Guido Carli che lei cita spesso, una medicina amara ma necessaria per l'Italia? «L'"ultimo" Guido Carli, il Ministro del tesoro, per intenderci, era animato da una profonda sfiducia verso l'Italia. La riteneva incapace di darsi una disciplina, pensava che soltanto un "vincolo esterno" avrebbe potuto imporla al Paese. Si è visto che non è così, perché lo sviluppo per una nazione come l'Italia può venire solamente dalla capacità di evocare le proprie risorse e le proprie energie profonde, mortificate da un controllo disciplinare esterno». Un vincolo imposto dall'esterno era indispensabile per l'Italia? «No, in quanto una nazione cresce soltanto se dà forma a un proprio modello peculiare di crescita. Per almeno un secolo, fra gli anni Ottanta dell'Ottocento e quelli del Novecento, l'Italia tutto sommato possedette tale modello. Esso andava ripensato, corretto e adattato ai tempi, non cancellato, come invece si è fatto". Perché, a suo giudizio, Maastricht prefigura un'Europa con minore partecipazione democratica rispetto al passato? "Lo stesso statuto della moneta unica europea, che le assegna come missione fondamentale la stabilità dei prezzi, è tale da escludere un governo della moneta più ampio e flessibile. Se si fosse scritto che la moneta andava regolata anche in funzione del tasso di occupazione della popolazione europea, si sarebbe automaticamente indicata una più ampia e inclusiva frontiera sociale». Lei scrive che la soluzione di Maastricht non era la sola possibile. Quali alternative esistevano? «Si sarebbe potuto dire che la moneta europea non era l'"unica" e che l'euro avrebbe avuto circolazione accanto alle monete nazionali. Invece è stata scelta la più rigida tra tutte le formule. La moneta europea ha fallito perché non ha affatto accelerato l'integrazione continentale e semmai ha accentuato gli squilibri tra le nazioni, per giunta riducendo la capacità di governo della moneta». Oggi siamo un continente guidato dagli oligarchi della Bundesbank? «A mio avviso, l'oligarchia europea ha confini più estesi della Germania, è una realtà trasversale. L'egemonia tedesca era di fatto implicita fin da quando si è accettata l'ipotesi di una moneta unica modellata sull'esperienza del marco». È per questo che l'euroscetticismo cresce e i cittadini guardano con fastidio alla politica? «La "stanchezza" della politica è una tendenza universale, deriva solo in minima parte dall'Europa. A causarla sono piuttosto gli effetti negativi prodotti dalla globalizzazione, che ha messo sotto stress le politiche nazionali. Per di più, la globalizzazione è entrata in tensione col modello della democrazia occidentale come l'abbiamo fin qui conosciuta». Molti pensano che l'Italia possa o debba uscire dall'euro. Se accadesse quale prezzo pagherebbe? «Un'uscita dell'Italia da sola non è nemmeno preventivabile nelle condizioni attuali. Si tratta di una "soluzione" impossibile. Ciò che bisogna fare è cambiare lo statuto e la logica della moneta europea. Ma dubito che lo si possa fare senza passare attraverso un trauma che renda inevitabile il mutamento di rotta». Il potere degli oligarchi sta crescendo un po' ovunque, in particolare nella Russia di Putin. Mosca non sarà mai la capitale di un paese democratico? «La storia della Russia non si è mai intrecciata con quella della democrazia. Mi sembra improbabile che il modello della democrazia occidentale si possa espandere nel mondo oltre i confini attuali». Nel libro lei si occupa anche di Asia. Quali sono le differenze tra le oligarchie asiatiche e quelle europee? «La democrazia asiatica è una versione particolare della democrazia che conosciamo. Le oligarchie dell'Asia discendono per via diretta dalle esperienze autoritarie del passato. Di recente l'americanizzazione di alcune nazioni ha dato impulso a spinte democratiche. Penso soprattutto a paesi come la Corea del Sud e Taiwan». Perché afferma che il partito comunista è in Cina un soggetto politico senza alternative? «Diciamo che fin qui si è mostrato abile nel gestire il cambiamento, rivelandosi più flessibile di quanto si riteneva che un partito comunista potesse essere. E soprattutto capace di stabilire un compromesso col capitalismo, altrove impossibile». Possiamo fare a meno delle oligarchie? «Se dovessi guardare alla storia, direi che un sistema globale tende a incentivare le oligarchie e i metodi oligarchici di governo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA