C'era chi voleva due Regioni fra loro indipendenti e divise

di MARIO BERTOLISSI (segue dalla copertina) Tuttavia, vale la pena di ricordare che, molto probabilmente, la causa prima del persistere di un blocco culturale risalente, incentrato sulla matrice della legge comunale e provinciale del 1934, dipendeva dal fatto che, proprio perché quella normativa era "in realtà una legge dell'amministrazione statale" e non, invece, dell'amministrazione locale - come ha notato Giorgio Berti -, tutto il sistema dei poteri regionali e locali finiva per essere dominato dallo Stato: nel bene e nel male, s'intende. D'altra parte, l'articolo 5 della Costituzione stabilisce che la Repubblica è "una e indivisibile", in sintonia con quel che ebbe ad affermare la Costituzione della Francia rivoluzionaria dell'anno I (si tratta della Costituzione giacobina del 1793), secondo cui "la Nazione francese si costituisce in Repubblica una e indivisibile". Ciò, in aperta antitesi con una qualunque istanza riferibile ai corpi intermedi. L'esperienza si è incaricata di dimostrare che questo modo di intendere l'unità e l'indivisibilità della Repubblica, insensibile ai valori di un grande, autentico pluralismo istituzionale, se, per un verso, ha consentito allo Stato di ricondurre una composita realtà al proprio dominio formale; per altro verso, non ha permesso al medesimo, spesso disarticolato e fatuo al suo interno, di realizzare neppure il valore dell'unità. Quest'ultima, o esiste nei fatti o non è. E le vicende del regionalismo speciale hanno rivelato che esso si è concretizzato in termini positivi e appropriati in alcune zone del territorio nazionale; senza alcun costrutto in altri ambiti, caratterizzati da una inadeguata sensibilità nei confronti di quel che si denomina, genericamente, bene comune: che la Caritas in Veritate di Benedetto XVI intende come "il bene di quel ‘noi-tutti', formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale". La Regione Friuli-Venezia Giulia ha dovuto attendere non poco prima di vedere la luce. In Assemblea costituente c'era chi parlava di Venezia tridentina (con capoluogo Trento), chi di Venezia Giulia e Zara (con capoluogo Trieste), chi di Veneto (con capoluogo Venezia). E c'era chi la voleva orientata verso la specialità e chi semplicemente ordinaria. Fu inclusa nell'elenco delle Regioni ad autonomia differenziata su iniziativa dell'onorevole Tessitori, il quale fu costretto, appunto, a proporre l'inserimento della Regione Friuli-Venezia Giulia nel testo di quello che sarebbe divenuto l'articolo 116 della Costituzione perché spiazzato dall'emendamento dell'onorevole Pecorari, il cui rigetto - assai probabile - avrebbe finito per travolgere la possibilità stessa di costituzione di una Regione. Quel che ne è seguito è noto. Anni di attesa, a motivo dei problemi internazionali riguardanti i confini a Nordest del nostro Paese. Tentativi ripetuti, da parte delle forze politiche e delle stesse comunità territoriali, di accelerare il processo attuativo della legge fondamentale, conclusosi con l'approvazione della legge costituzionale n. 1/1963, che fa della Regione Friuli-Venezia Giulia l'ultima delle Regioni speciali. Forse, assieme alla Sardegna, è la Regione che meno si distacca da quelle di diritto comune e quella che più si avvicina, in termini di buon governo e di buona amministrazione, al Trentino-Alto Adige. La sua vocazione è stata precisata in sede di adozione dei decreti legislativi di attuazione, i quali hanno consentito di mettere a punto un insieme di attribuzioni ricadenti nel cosiddetto settore organico del governo dell'economia: secondo le coordinate statutarie, che riservano alla Regione, tra l'altro, la potestà legislativa primaria in materia di industria, commercio, artigianato, turismo e industria alberghiera (articolo 4). Al pari di quel che accade un po' dovunque, quando ci si determina in una qualsiasi direzione, si prendono in esame i casi-limite. Ad esempio, le degenerazioni più vistose. Si pensi alla Sicilia e al suo ordinamento, che la migliore e più imparziale dottrina ha ritenuto lontano, oltre il ragionevole, dalla Costituzione. Numeri esorbitanti negli apparati, spese ingiustificate, larghe inefficienze, privilegi a non finire, risultati scarsi. Lo ha sottolineato, con millimetrica precisione, Ettore Passerin D'Entrèves - sulla scorta di un lucido rilievo di Denis Mack Smith -, quando ha definito «lo sterile agitarsi dei notabili siciliani come una danza rituale, danza rituale che finora (era il 1961, ndr)avrebbe assorbito sterilmente le loro energie e reso vano il gioco degli strumenti di autonomia creati per eliminare gravi squilibri regionali». Non si pensi che, in questo modo, si riversa su altre esperienze la responsabilità di fatti e misfatti fin troppo noti, alla ricerca di una specie di autoassoluzione. Il Friuli-Venezia Giulia è opera dell'uomo. Ha i suoi limiti culturali ed istituzionali intrinseci, come è naturale che sia. Si giova di un ordinamento costituzionale che ha concesso alla Regione, nel 1963, "forme e condizioni particolari di autonomia" (ai sensi dell'articolo 116, 1° comma, della Costituzione). Ma si tratta di "privilegi" attenuati, ove la si compari con la Sicilia e il Trentino-Alto Adige, soprattutto per quanto riguarda le dimensioni quantitative delle risorse disponibili, attribuite in forza di una autonomia finanziaria rispettosa - come vuole lo Statuto all'articolo 48 - del principio di "solidarietà nazionale". In coerenza con quanto dispone, in generale, l'articolo 2 della legge fondamentale. È con questa essenziale regola di vita che la specialità deve misurarsi. In tanto può continuare ad esistere, in quanto il relativo Statuto sia in grado di ottemperare ad esigenze elementari di giustizia ed eguaglianza. Non è sempre stato così, non lo è tuttora per alcune entità regionali. Ed è indispensabile che il regime differenziato delle competenze assolva, in concreto, lo scopo di assicurare, nel migliore e più efficace dei modi, le tutele previste e garantite dalla Parte I della Costituzione: le libertà e i diritti che identificano lo Stato sociale di diritto. Certo, la gravissima crisi economica e finanziaria ne ha minato le basi, ma è con il buongoverno - per dirla con Luigi Einaudi - che si possono attenuare gli scompensi e rendere meno dolorosa la vita soprattutto dei più deboli. Il Friuli-Venezia Giulia non è più quello del secondo dopoguerra del XX secolo. Il Territorio libero di Trieste, il Memorandum d'Intesa del 1954, per non dire delle vicende che hanno caratterizzato la scelta della specialità alla Costituente, sono - se realisticamente sono - un lontano ricordo. Non è il passato che incombe. Incombono il presente e il futuro, che debbono trarre energie vitali e positive da quel che la comunità regionale, assieme a quella nazionale, è riuscita a compiere. Inutile dire che la memoria va al terremoto del 1976, a quel che il Paese ha dato in solidarietà, a quel che il Friuli-Venezia Giulia ha saputo restituire in termini di buona legislazione, di buona amministrazione e di una rettitudine che non è stata compromessa da episodi marginali di corruzione. Ciò nonostante, il rigore morale di un asceta nobilissimo - quale è stato Tito Maniacco - lo aveva indotto a scrivere che, "da quel terremoto, oltre a una effettiva costruzione materiale, non si riesce a spremere nulla a vent'anni di distanza. Non ne è uscito un modello politico, un modello religioso (almeno rispetto alle speranze e alla generosità dell'impegno di tanti), non ne è uscito niente che abbia valore architettonico, musicale, pittorico, scultoreo, poetico e letterario. L'ambiguità della formula ‘come prima, al posto di prima' si pone come ironico specchio della storia che fa sempre pagare i debiti che le sono dovuti". Questo esame di coscienza così spietato ed inusuale fonda la pretesa costituzionale di una specialità che si radica nel quotidiano. Nella piccola-grande visione del mondo di territori, in cui si collocano esperienze e sensibilità diverse, tenute insieme - nonostante tutto, ivi compresa la globalizzazione - da un legame intenso e profondo con la terra, i confini, i corsi d'acqua, i ricordi della Grande guerra: "Furono seicentomila i morti e due milioni i feriti. E i poveri fantaccini del Sud furono gettati a bagnare con il loro sangue i sassi del Carso, per assicurare il lontano confine di un regno, il quale nulla aveva fatto a favore del loro livello di vita". Così, ha scritto Gianfranco Miglio, testimone di un dolore sconfinato. Il Friuli e la Venezia Giulia vivono ancora, intensamente, un simile, naturale, sobrio e riconoscente senso della vita. Caduti gli steccati che hanno diviso così a lungo genti un tempo unite tra loro dalla Serenissima e dagli Asburgo, valorizzata - attraverso la specialità legislativa e amministrativa - la propria attitudine all'operosità, ora rimane sul terreno, oggettivata dalle cose, una ulteriore, visibile vocazione: che sta nell'essere, questa Regione, ponte fra l'Europa dell'Ovest e l'Europa dell'Est. È un ruolo non facile da disimpegnare, ma al quale la Regione Friuli-Venezia Giulia non solo può, ma deve attendere nell'interesse di tutti: della Repubblica, per come è definita dall'articolo 114 della Costituzione, secondo una visione d'insieme, che unisce inscindibilmente Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA