Ulay: «La mia arte è più potente del corpo Così ho vinto il cancro»

di Elisa Grando wTRIESTE «Nel picco della mia carriera ho trattato molto male il mio corpo con azioni masochistiche, auto-aggressive, ferendomi da solo. Tre anni fa ho scoperto di avere un cancro. Ma non aveva nulla a che fare col mio lavoro: le mie performances del passato, anzi, mi hanno insegnato che la mente deve essere più potente del corpo». Così Ulay, artista tedesco a lungo partner artistico e di vita di Marina Abramovic negli anni '70 e '80, racconta la sua sfida (vinta) contro la malattia, quasi proseguendo sul filo rosso di una vita che da sempre ha connesso inscindibilmente corpo e arte. L'avventura di Ulay, ospite ieri del Trieste Film Festival, è raccontata anche nel documentario "Project Cancer" di Damjan Kozole: il film ripercorre non solo dodici mesi di chemioterapia (dal novembre 2011 al novembre 2012), ma anche l'avventura creativa di uno degli artisti più significativi della body art e non solo, anche prima di incontrare la Abramovic, nel 1976. Sono nati entrambi il 30 novembre, lui nella Germania del 1943, lei a Belgrado nel 1946. Il loro rapporto sbocciò subito in uno dei più straordinari connubi creativi ed emotivi della storia dell'arte. Entrambi erano estremi, lavoravano sul loro corpo e col corpo in performances che esprimevano violentemente (anche con schiaffi, scontri, traumi, lividi) i traumi del rapporto d'amore tra i due sessi. Hanno vissuto in un camper per cinque anni, e collaborato per dodici. Anche la loro separazione è stata un'opera d'arte: nel 1988 hanno percorso a piedi la Grande Muraglia cinese partendo dagli estremi opposti, per incontrarsi al centro e dirsi addio. Nel 2010 si sono ritrovati davanti al pubblico alla personale della Abramovic "The Artisti s Present" al Moma di New York: Ulay è comparso a sorpresa tra il pubblico invitato a sedersi davanti all'artista per guardarla negli occhi. Quando lei lo ha visto, è scoppiata in lacrime. La vita e la carriera di Ulay, però, vanno ben oltre il suo rapporto con la Abramovic, come ben racconta il documentario di Kozole. Ulay, come nasce l'idea del film? «Ero in chemioterapia - risponde Ulay -, Damjan Kozole mi aveva chiesto di fare un film su di me. Ho pensato che se l'avessi fatto sarei sopravvissuto. Al progetto hanno partecipato anche mia moglie, Lena Pislak, e Tevž Logar, direttore della galleria Škuc di Lubiana, che ha scritto la sceneggiatura. Abbiamo ripercorso i luoghi della mia vita: Amsterdam, dove ho vissuto per 42 anni, Berlino, New York e Lubiana, dove vivo adesso con mia moglie e dove ho deciso di farmi curare. Essere occupato col film è stato davvero una terapia, mi ha spinto a non mollare». Cos'ha pensato quando ha ricevuto la terribile diagnosi? «Il medico mi ha detto che avevo tra gli 8 e i 20 mesi di vita. Ho pensato che mi sarei isolato in una caverna sull'Everest a meditare, ma ho capito subito che non era una buona idea. Mi sono informato sulle terapie alternative, ma erano così tante che non sapevo a cosa affidarmi. Quindi ho accettato la chemioterapia. È stato terribile. Avevo un ciclo di 12 ore ogni tre settimane, mi iniettavano cinque litri di veleno». Nelle performances del passato ha messo a dura prova il suo corpo. Quelle esperienze estreme l'hanno aiutata ad affrontare la malattia? «Sì, come anche dedicarmi a ore di meditazione. Ho stampato da internet l'immagine di una meravigliosa cellula sana, la portavo sempre con me. La guardavo e visualizzavo altre cellule sane. Questo tipo di meditazione è stata molto potente, mi ha ripulito. E, fino adesso, ha funzionato». Nel film emerge l'importanza della sua relazione con la Abramovic, che lei definisce "simbiotica"… «La simbiosi è un fenomeno che sperimentano tutti quelli che vivono insieme per molto tempo. Marina ed io, in particolare, all'inizio eravamo molto simili, pur venendo da differenti culture. Da artisti autonomi e radicali, decidere di creare insieme in una dimensione "uno a uno" non è stato facile, ma il nostro amore era intenso quanto il nostro rapporto artistico. Il problema era trovare una formula per lavorare insieme. Nel 1976 alla Biennale di Venezia abbiamo realizzato la performance "Relations in Space" (in cui Ulay e Abramovic, entrambi nudi, corrono l'uno verso l'altro fino a scontrarsi violentemente, ndr.), con grande successo di pubblico. Da lì siamo cresciuti insieme, vivendo uno accanto all'altra 24 ore al giorno, concependo idee. Più intensamente nasce una relazione, però, più velocemente si consuma, come una candela che brucia da entrambe le estremità. Tutto era a un livello così alto che eravamo come una bomba carica. Quando è finita per me è stato naturale, lei è ancora arrabbiata. Anche perché eravamo diventati un'istituzione, "Ulay&Abramovic;", come "Gilbert&George;". La simbiosi però esisteva. Per esempio, ad un certo punto Marina ebbe una pericolosa infezione a un dito durante un workshop in Danimarca. Dopo tre mesi, la stessa infezione venne anche a me, senza motivo». Cosa rappresenta per lei oggi la Abramovic? «Un'artista famosa, una star. Certo, quello che abbiamo condiviso resta in una tasca speciale della mia memoria. Non abbiamo più molto in comune, ma siamo sempre stati in contatto per questioni di contratti e affari riguardo il nostro lavoro. Il momento della mia apparizione a sorpresa al Moma, e la nostra emozione, racconta molto. Marina ha anche incontrato più volte mia moglie: ha detto che è l'unica mia donna che approva (ride, ndr.)». Oggi lavora ancora con il corpo? «Sono tornato alla fotografia. All'inizio della mia carriera usavo foto Polaroid cercando di truccare l'identità fotografica, poi ho fatto un passo oltre nell'arte performativa, più diretta e meno modificabile. Successivamente la mia fotografia è rimasta legata alle performance e all' "ontologia dell'immagine" di cui parla André Bazin. Oggi ho molti progetti, anche in Israele, Patagonia, Palestina, che riguardano il lavoro con l'acqua. Il nostro corpo è costituito per il 72% di liquidi, il nostro cervello per il 90%. Produciamo liquidi salati, come le lacrime o il sangue, ma non possiamo vivere di acqua salata. È un paradosso interessante. Ho sostituito il corpo con l'acqua: mi sembra una soluzione molto elegante». ©RIPRODUZIONE RISERVATA