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di ALBERTO FLORES Guerre, conflitti sociali, immigrazione. Una miscela esplosiva, per l'Europa e per il mondo intero, di cui nel 2013 abbiamo avuti i primi assaggi e che il prossimo anno rischia di travolgere governi e regimi. Dodici mesi fa l'anno del "pianeta-mondo" era iniziato con poche certezze ma diverse speranze. La rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca (con relative promesse per un mondo più pacifico) era stata salutata con soddisfazione nei paesi usciti dagli sconvolgimenti di una "primavera araba" che dopo gli iniziali entusiasmi (e la caduta di dittature sanguinarie come quella di Gheddafi) aveva portato molte disillusioni. La devastante guerra civile in Siria - troppo a lungo colpevolmente ignorata - sembrava entrata "in agenda", le velleitarie ambizioni nucleari dell'ultimo Stato-Gulag (Corea del Nord) erano state ridimensionate. C'era grande timore per "l'atomica degli ayatollah" e per un conflitto tra Israele e l'Iran che sembrava inevitabile, ma il secondo mandato di Obama, le caute aperture della Cina e il rinnovato protagonismo della Russia di Putin, avevano portato una ventata di ottimismo. Dodici mesi dopo anche i più ottimisti hanno difficoltà a prevedere un roseo 2014. L'avvio del dialogo con Teheran è un successo (anche personale) per Obama, ma le conseguenze sono ancora tutte da verificare. Israele resta in allerta, nella convinzione che le aperture degli ayatollah siano un bluff, l'Arabia Saudita (l'altra grande potenza regionale e alleato indispensabile per gli Usa nell'area mediorientale) giudica la mossa del presidente americano una sorta di tradimento. E in Siria non solo le promesse (con annesse conferenze di pace) non sono state mantenute, ma la Casa Bianca ha mostrato tutta la sua debolezza (nei confronti di Putin e Assad) facendosi scavalcare dalla Francia di Hollande come paese paladino dei diritti umani e dell'interventismo umanitario. Negli scenari che l'intelligence Usa ha preparato per il 2014 la Siria resta uno dei principali punti di crisi. A quasi tre anni dalle prime rivolte popolari (aprile 2011), con 120mila morti (dato Onu), due milioni di profughi, decine di migliaia di prigionieri politici - e una galassia di milizie ribelli dove si rafforzano mese dopo mese i terroristi di Al Qaeda e le gang criminali islamiche - la sanguinaria dittatura di Assad resta salda al potere nonostante l'uso provato di armi chimiche contro innocenti civili. Ma non è solo quanto accade sul terreno a preoccupare gli Stati Uniti, perché la polveriera siriana rischia di far esplodere nei prossimi mesi anche la Giordania. Dove le decine di migliaia di siriani rifugiati stanno contribuendo al collasso di un'economia dalle risorse limitate (secondo il calcolo degli analisti Usa Amman avrà bisogno nel 2014 di 5,3 miliardi di dollari solo per fronteggiare la crisi umanitaria) e dove i conflitti interni sempre più frequenti rischiano di porre fine al regno hashemita, con conseguenze imprevedibili per tutto il Medio Oriente. Guerre vecchie e guerre nuove, come quelle che nelle ultime settimane sono esplose in Africa. Sudan, Mali e Repubblica Centrafricana sono le punte dell'iceberg di un continente in grande trasformazione dove la Francia torna ad essere protagonista (anche militarmente), in competizione nelle sue ex colonie con la Cina che è stata negli ultimi anni (nell'ombra, ma non troppo) la potenza mondiale più attiva (non solo economicamente) del continente nero. Conflitti che porteranno - stando sempre alle analisi dell'intelligence Usa - nuove ondate di milioni di profughi, pronti a tutto pur di fuggire dai propri paesi per cercare una vita più dignitosa altrove. L'Europa è la meta più ambita, se non altro perché la più vicina. Il nostro continente rischia di pagare un caro prezzo, in quanto approdo finale di quella miscela esplosiva (guerre, conflitti sociali ed immigrazione) che nel mondo globalizzato non mette al riparo nessuno. Con l'aggravante per l'Europa (al contrario degli Usa) di una crisi economica di cui ancora non si vede la fine. Dopo la tragedia di Lampedusa la Ue aveva proclamato che il problema dell'immigrazione sarebbe stato ai primissimi posti nell'agenda politica. Si è discusso molto nei vertici, si sono fatti grandi annunci, ma di risultati al momento se ne vedono pochi, in molti paesi dell'Unione i problemi stanno aumentando e i governi procedono in ordine sparso. Con il governo britannico di David Cameron capofila delle frontiere blindate contro i cosiddetti "migranti economici". Con le elezioni europee alle porte e la crescita di movimenti anti-europeisti e xenofobi, ognuno cerca a casa sua di limitare i danni. Senza un disegno comune e scelte coraggiose il problema difficilmente sarà risolto, perché la forza d'urto che arriva dal mondo dei conflitti e delle guerre é troppo forte per essere arginata. Lo sanno bene negli Stati Uniti, paese che é nato e diventato quello che è grazie agli immigrati. E proprio con la carta dell'immigrazione Obama proverà a riscattare la sua immagine di presidente che molto ha promesso e poco mantenuto. Nel 2014, dopo i disastri della riforma sanitaria, cercherà di fare approvare quella sull'immigrazione, una legge che renderebbe legali milioni di immigrati clandestini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA