Il linguaggio ritrovato dell'uomo di Neanderthal

di Pietro Spirito wTRIESTE Altro che troglodita. L'uomo di Neanderthal sapeva parlare, usava una linguaggio complesso proprio come fa oggi - e come faceva allora - la sua specie concorrente, Homo sapiens. E forse Neanderthal sapeva anche cantare e ballare. La teoria è destinata a suscitare un polverone nel mondo scientifico, ma le analisi microtomografiche ai raggi X condotte al centro di ricerca Elettra Sincrotrone di Trieste sull'osso ioide di un Neanderthal rinvenuto nel 1989 nel sito israeliano di Kebara, sostengono fortemente questa ipotesi. Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale fra italiani, australiani e canadesi, è stato pubblicato sulla rivista americana Plos One, e illustra i risultati di un confronto fra le proprietà biomeccaniche di quest'osso posto alla base della lingua, e quelle di analoghi reperti di Homo sapiens. Fra gli autori, il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste, autore con Giorgio Manzi e David Caramelli del recente "La storia delle nostre origini" (Laterza), e il paleontologo Ruggero D'Anastasio dell'Università di Chieti. «È da tempo - spiega Tuniz - che l'attenzione degli studiosi alle prese con la questione del linguaggio e della sua evoluzione, si è concentrata sullo ioide, unico elemento osseo del tratto vocale, e quindi l'unica parte che possa fossilizzare». Lo ioide, spiega ancora Tuniz, fornisce un supporto alla laringe e serve da "ancoraggio" per la lingua e per altri muscoli necessari – almeno nell'Homo sapiens - alla fonazione e quindi alla capacità di articolare un linguaggio. Già si sapeva che, dal punto di vista della morfologia esterna, lo ioide dell'Homo neanderthalensis e quello dell'uomo moderno non presentano sostanziali differenze, mentre hanno una forma diversa da quella di altri primati, come lo scimpanzé. «Ma questa osservazione – spiega Ruggero D'Anastasio – pur essendo compatibile con la tesi dell'esistenza del linguaggio in questa specie di Homo vissuta fra duecentomila e quarantamila anni fa, non è sufficiente a provarla. Per poter dire qualcosa sulla funzione dello ioide era decisivo analizzare la sua microstruttura interna, che si rimodella in risposta alle tensioni meccaniche cui l'osso è sottoposto». Ed è quello che è stato fatto a Elettra, nel Laboratorio Tomolab, come racconta Lucia Mancini, fisico, esperta in tecniche di imaging a raggi X: «Abbiamo sottoposto il reperto del Kebara e numerosi campioni derivanti da Homo sapiens a una microtomografia capace di fornire una ricostruzione virtuale nelle tre dimensioni e di evidenziare le caratteristiche istologiche dell'osso, con una risoluzione non raggiungibile con la Tac convenzionale. A partire da queste ricostruzioni, i nostri colleghi australiani e canadesi hanno poi effettuato alcune simulazioni con la cosiddetta "analisi degli elementi finiti", progettata in origine per studiare i materiali aereospaziali e capace di misurare le risposte biomeccaniche di un campione sottoposto a determinate sollecitazioni». «I risultati ottenuti con la microtomografia a raggi X - continua Tuniz - hanno confermato che la microstruttura interna dello ioide dell'Uomo di Kebara è simile a quella dello ioide degli uomini moderni e che, in tutti i campioni posti a confronto, il dettaglio istologico è quello tipico di un osso sottoposto a un'intensa e continua attività metabolica. Allo stesso modo, i confronti basati sull'analisi degli elementi finiti mostrano significative analogie nelle performance micro-biomeccaniche, in risposta alle stesse sollecitazioni». Gli scettici, aggiunge Tuniz, sostengono che analisi biomeccaniche non sono sufficienti «a provare l'uso di un linguaggio, che dipende anche dal funzionamento del cervello». Tuttavia, interviene D'Anastasio, «i nostri risultati confermano, per i reperti di osso ioide delle due specie, lo stesso tipo di utilizzo e funzionamento, e che questo corrisponda anche alla stessa funzione – quella cioè della fonazione - sembra davvero la conclusione più ragionevole». D'altro canto ci sono tutta un serie di prove paleontologiche, archeologiche e paleogenetiche che vanno nella stessa direzione, dall'utilizzo di dipingersi il corpo alla suddivisione delle aree abitative in zone, fino all'utilizzo di resti animali (piume e altro) come ornamento personale. «Forse i Neanderthal potevano anche ballare e cantare al suono della musica – conclude Claudio Tuniz – come suggeriscono i nostri studi recenti sul flauto ricavato dal femore di un orso, trovato in Slovenia in un sito che era frequentato dall'uomo di Neanderthal 60 millenni fa». p_spirito