Marina Murai, storie di donne invisibili a Trieste

TRIESTE Dalle bambine dell'India rurale sacrificate, nel 2013, ad antiche divinità fino a pratiche di esclusione più moderne ma non meno barbare nella civilissima Svizzera d'oggi. Ne ha viste di tutti i colori, Marina Murai: la sua attività di antropologa l'ha condotta in svariate parti del globo dove ha potuto osservare, con la sua lente d'ingrandimento, credenze e abusi e di ogni tipo quasi sempre perpetrati nei confronti delle donne. "Mi chiamo Nessuno. Storia di una donna invisibile" è il suo primo romanzo uscito in Spagna che presenterà stamattina, per la prima volta in Italia, a Trieste, ospite del Festival Latino Americano (alle 9.30 nell'aula magna della Scuola Interpreti e Traduttori). Un personaggio a tutto tondo, Marina Gartzia in arte Murai. Nata a Bilbao, eclettica, è stata giornalista radiofonica e televisiva, corrispondente di guerra in Medio Oriente; grande esperienza in Colombia sul narcotraffico che sarà al centro del suo secondo libro, oggi lavora come perito forense in Spagna operando su sette diversi ambiti di ricerca, dalla genetica forense a violenze di genere e maltrattamenti infantili, per cui «spesso torno a casa frastornata e non riesco a dormire». Diario di viaggio, reportage, racconto etnografico, tutto si mescola in questo romanzo sociale (anche se l'autrice non ama le etichette) che vede intrecciarsi due storie al femminile, con qualche venatura autobiografica «ma non troppo – spiega l'autrice -: il libro si basa su un lavoro di otto anni di ricerca in Svizzera e in India». Un po' di finzione letteraria c'è, ma per "aprire" alla divulgazione il suo lavoro scientifico di antropologa: le storie sono reali, e Murai attinge dalla sua variegata esperienza che l'ha portata a vedere indicibili abusi fatti passare per tradizione. «In alcuni villaggi del sud dell'India – racconta ad esempio - le bambine malate sono offerte a una divinità, Mathama, e lasciate esposte all'aperto e alle intemperie. Se muoiono, e visto le condizioni già precarie di salute ciò avviene non di rado, significa che la dea se l'è portate via; se sopravvivono il futuro sarà nella prostituzione, gratuita, con sicuro ingresso nell'AIDS, e gli eventuali figli non avranno accesso all'istruzione. Questo è uno dei rituali più antichi e crudeli contro le donne, che resiste saldamente ai giorni nostri. Ho lavorato in questi villaggi, il cambiamento di mentalità è difficilissimo da attuare». Ma queste donne-Nessuno non si trovano solo nelle terre più povere: si racconta anche la vicenda di una professionista affermata in Svizzera che in 24 ore diventa un'invisibile alla società, costretta a tenere diari per ricordare e far fronte al processo, sistematico, di distruzione dell'identità. Curioso l'espediente visivo di due caratteri di stampa diversi per differenziare le storie come pure la struttura in tre atti «come un'opera», omaggio al padre musicista. «Anche gli uomini che l'hanno letto sono rimasti coinvolti», tiene a precisare l'autrice. L'approccio di genere è comunque molto netto, di denuncia sociale, un grido disperato per la visibilità di migliaia di donne. Federica Gregori