La crisi affossa il commercio In salvo solo i fruttivendoli

di Elena Placitelli wTRIESTE Estate nera per il commercio regionale: nel terzo trimestre in Friuli Venezia Giulia hanno chiuso i battenti 596 negozi. Non si placa dunque l'emorragia che ha colpito il commercio al dettaglio sin dall'inizio del 2013: lo evidenzia il saldo tra aperture e chiusure di negozi registrato in regione dalla Confesercenti nel periodo compreso tra giugno, luglio e agosto. I più colpiti sono i negozi non specializzati (232 chiusure), il settore dell'abbigliamento e delle calzature (63), le concessionarie (20) e i macellai (11). Strutture ricettive (140), ristoranti (53) e bar (75) hanno risentito della crisi quest'estate, ma confrontando l'annata 2013 con il periodo gennaio – agosto 2012, il saldo è in crescita. A tirare un sospiro di sollievo i fruttivendoli, che non hanno subìto alcuna chiusura estiva, e i venditori ambulanti, gli unici ad aver aperto nuove attività. Il presidente della Confesercenti regionale, Giuseppe Giovarruscio, addita la morìa di negozi a un mix di cause diverse: «Concorrenza della grande distribuzione, affitti troppo alti e difficoltà di accesso al credito lamentato dalle imprese». Alimentari e non specializzati Complessivamente hanno chiuso i battenti 254 attività, 22 alimentari e 232 negozi non specializzati. Snocciolando i dati provincia per provincia: Pordenone perde 51 negozi (40 non specializzati e 11 alimentari), Udine 109 (102+7), Gorizia 37 (tutti non specializzati) e Trieste 57 (solo 4 gli alimentari). In generale l'annata 2013 è stata finora più dura rispetto allo stesso periodo (gennaio – agosto) del 2012: il saldo registra il meno 2,7% dei negozi. Abbigliamento e calzature Le 63 saracinesche abbassate si distribuiscono così, provincia per provincia: 14 a Pordenone, 28 a Udine, 9 a Gorizia e 12 a Trieste. Secondo Giovarruscio è facile capire che «lo shopping cozza con la crisi, soprattutto per i beni costosi come le scarpe». Il saldo tocca -3,5% confrontando l'annata 2013 con gennaio – agosto 2012. Concessionarie. L'estate nera le ha colpite insieme alle rivendite di autoricambi, a dimostrazione di quanto in regione il comparto continui a risentire della crisi. Nel terzo trimestre si registrano cessate attività nelle province di Udine (16), Gorizia (4) e Trieste (2). Il saldo (20) è compensato da due nuove aperture a Pordenone, ma l'annata gennaio – agosto vede l'1,4% di negozi in meno rispetto allo stesso periodo del 2012. Macellai e fruttivendoli Se la passano male pure i macellai (gli 11 esercizi chiusi in tre mesi sono 3 in provincia di Pordenone, 5, 2 e 1 rispettivamente in quelle di Udine, Gorizia e Trieste), e il confronto delle annate 2012/13 vede un calo del 3,3%. Gli alimentari si compensano con la tenuta del settore ortofrutticolo, non solo l'unico a non registrare alcuna chiusura estiva in regione ma anche in crescita del 2,7% in un anno. Giovarruscio lo spiega sì come una corsa al risparmio («la carne è tornata ad essere di lusso») ma anche come «effetto delle nuove abitudini alimentari». Alberghi e bed&breakfast; Le strutture ricettive meritano un discorso a parte: è vero che nell'ultimo trimestre hanno chiuso 140 attività (21, 72, 23 e 24 rispettivamente nelle province di Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste), ma rapportando i dati su un arco temporale più ampio, da gennaio ad agosto del 2013 allo stesso periodo dell'anno scorso, il saldo è in crescita del 1,3%. Ristoranti e bar Anche qui le chiusure estive di 53 ristoranti (di cui 7, 29, 7 e 10 rispettivamente nelle province di Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste) e di 75 bar (di cui 9, 40, 13 e 13 nelle province di Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste) non incidono troppo sul saldo annuale, che vede i primi in crescita del 2,1%, i secondi dell'1%. Commercio ambulante Gli unici ad aumentare sono proprio gli ambulanti: 20 in più negli ultimi tre mesi (e +1,7% in un anno). La tendenza a spostarsi dai negozi alla strada è d'altronde un fenomeno emergente in tutto il Paese (dove le chiusure estive sono 3000), con picchi nelle grandi città come Palermo, dove ormai gli ambulanti sono il doppio dei negozi. «È naturale che sempre più commercianti decidano di abbandonare la sede fissa per abbattere le spese, in primis gli affitti che nonostante la crisi non sono ancora calati», chiosa Giovarruscio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA