Zagabria non ritira la causa per genocidio

Nuova tegola per Zoran Jankovic (foto), il milionario "rosso" sindaco di Lubiana. Secondo l'emittente slovena Pop Tv, il politico d'oltre confine sarebbe coinvolto assieme a due altri funzionari comunali in un'indagine avviata dall'Ufficio nazionale per le investigazioni (Nbi). La ragione, il presunto ruolo di Jankovic nella vendita per un milione di euro da parte della municipalità di alcuni terreni a Lubiana all'azienda Tritonis, interessata a costruirvi garage e uffici. Piccolo problema. Gli appezzamenti, ha specificato l'agenzia stampa Sta, non sarebbero stati edificabili, le autorità e Jankovic ne sarebbero stati al corrente ma non avrebbero informato il compratore, di fatto raggirato. Accuse - se provate comportano pene detentive fino a 8 anni - ieri sdegnosamente respinte da Jankovic, che ha parlato di procedure perfettamente legali e di assoluta trasparenza nella vendita pubblica dei terreni, avvenuta nel 2009. di Stefano Giantin wBELGRADO Il governo non si è ancora espresso sul delicato tema, non ci sono conferme e manca il crisma dell'ufficialità. Ma tanti, troppi segnali indicano che la strada, una strada lastricata di nuove tensioni e su cui si sono depositate le pesanti memorie del passato, sembra essere tracciata. La Croazia sembra infatti decisa a non fare più marcia indietro e a non ritirare – come era stato in precedenza considerato – la causa per genocidio contro la Serbia presentata nel 1999 davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (Icj) dell'Aja, il «principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite», recita il suo statuto, delegato a dirimere le dispute insorte tra Stati membri dell'Onu. La rivelazione, che arriva dopo un turbinio di simili "rumors" che circolavano già da tempo nei Balcani, è stata messa nero su bianco nei giorni scorsi dal quotidiano croato "Novi List". Due le ragioni principali che avrebbero spinto il governo di Zoran Milanovic a non risolvere in modo extragiudiziale la questione della causa per genocidio con cui Zagabria vuole dimostrare che la «pulizia etnica» organizzata da Belgrado contro i croati in Slavonia, nella regione di Knin e in Dalmazia, era una vera e propria «forma di genocidio». La prima è procedurale: la macchina giudiziaria della Corte dell'Aja si è ormai messa in moto e fermarla è tecnicamente difficile. La seconda, molto più concreta, narra invece un cambio di rotta all'interno dell'esecutivo croato. I vincoli - posti sul tavolo delle trattative per annullare la causa e accettati dalla Serbia durante lo storico incontro di aprile tra il ministro degli Esteri Vesna Pusic, maggiore promotrice della soluzione extragiudiziale della questione, e il vicepremier serbo, Aleksandar Vucic - sarebbero stati ora riesaminati e valutati dalla Croazia come non più adeguati. Quali vincoli? Quello principale, la conditio sine qua non, era la richiesta alla Serbia di iniziare a far seriamente «luce sulla sorte di 1.100 cittadini croati scomparsi» durante la guerra degli anni Novanta. Ma Belgrado avrebbe dovuto anche muoversi con scrupolo e celerità riguardo alla «restituzione delle proprietà» artistiche rubate durante il conflitto e al «perseguire» i sospetti criminali di guerra. Troppo poco per cancellare l'accusa di genocidio, avrebbe concluso il neo-membro Ue, anche se Belgrado - che ha presentato nel 2010 una "contro-causa" avverso Zagabria con la stessa motivazione, genocidio commesso contro i serbi di Croazia – volesse veramente rispettare con sincerità le richieste precedenti. Rimane ora solo da aspettare una decina di giorni per conoscere la versione ufficiale di Zagabria, che non dovrebbe arrivare oltre la fine di ottobre. Da parte sua, Belgrado cerca per ora di minimizzare. «Ci siamo messi d'accordo su tutto», ha ribadito il ministro degli Esteri serbo, Ivan Mrkic, smentendo così il possibile passo indietro croato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA