Belgrado sbarra la strada al Gay Pride

di Stefano Giantin wBELGRADO «Da li ce biti?». «Nece biti». «Ci sarà?», la domanda sulla bocca di tutti. «Certo, ci sarà», è l'anno buono perché il governo deve dimostrare di essere genuinamente europeista, la risposta più ottimistica. Macché, è la solita farsa. Non ci sarà il Gay Pride, la replica dei realisti, in una Belgrado presidiata fin dal pomeriggio da migliaia di poliziotti in tenuta anti-sommossa per scongiurare il minimo incidente. Ma non ci saranno incidenti, a Belgrado, perché alla fine hanno avuto ragione i secondi, i disincantati. La classe dirigente al potere in Serbia, malgrado le pressioni europee, si è infatti arresa per il terzo anno consecutivo alle minacce di violenza dei nazionalisti omofobici. E ha deciso di impedire a una piccola parte della cittadinanza, la comunità di gay, lesbiche, trans e bisessuali del Paese balcanico, di sfilare nella capitale. Non potranno farlo oggi - malgrado fossero già stati mobilitati più di 6mila agenti e 15 giudici per processi per direttissima contro le teste calde, un record - perché il Consiglio per il coordinamento dei servizi di sicurezza, comitato governativo responsabile della valutazione della sicurezza nel Paese, presieduto dal vicepremier, Aleksandar Vucic, ha espresso ieri sera parere contrario dopo una riunione fiume. Riunione iniziata nel tardo pomeriggio e prolungatasi durante la serata, che aveva visto inizialmente spaccarsi il comitato a metà. Sei membri a favore dello svolgimento della "Parada ponosa", la parata dell'orgoglio omosessuale, sei contro. Ma alla fine, dopo l'intervento del premier socialista, Ivica Dacic, ritornato in patria dopo una visita di Stato in Grecia, la decisione definitiva. E all'unanimità. Niente Gay Pride e vietati oggi tutti i raduni pubblici, non ci sono le condizioni. Non ci sono, almeno secondo governo e polizia serba, perché la sicurezza sarebbe messa a rischio dalla passeggiata di qualche centinaio di gay e lesbiche per le vie di Belgrado. E dalle contromanifestazioni indette dall'estrema destra, che aveva promesso di scendere in piazza «in difesa della famiglia». Ma attenzione. «Nessuno metta in dubbio» l'impegno sincero del governo nel rispettare «i diritti» di ogni cittadino, ma quando si tratta di manifestazioni prevale sempre la preoccupazione per la loro «sicurezza», ha spiegato Dacic, che ha poi affermato che la decisione di dire no alla parata non ha avuto «connotazioni politiche». Dura invece la reazione degli organizzatori del Gay Pride. Quella del divieto è una «brutta notizia che prova che in Serbia i diritti umani non vengono rispettati», ha detto Goran Miletic, una delle anime del "Pride". Una Serbia dove «tutti hanno perso». Una Serbia dove «tutti hanno perso». Ma gli attivisti non si sono arresi di fronte alla sconfitta. «Non passeggeremo domani, ma stasera (ieri per chi legge), tutti alle 23 davanti al governo», la chiamata alle armi lanciata via sms alle 22. La notte, a Belgrado, è lunga. E si spera non violenta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA